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FAQ
         

      educate, 
    
agitate, 
    organize 
    
for freedom




      
La storia fluisce effettivamente in un'unica
caparbia direzione, molto particolare, che
nessuna scossa, per quanto prolungata, è
riuscita fino ad oggi a deviare in modo
duraturo:
di secolo in secolo, l'umanità
impone il primato della libertà individuale
su qualsiasi altro valore
. Passando attraverso
il progressivo rigetto della rassegnazione
di fronte a ogni forma di schiavitù, attraverso
i progressi tecnici che permettono di ridurre
ogni fatica, attraverso la liberalizzazione dei
costumi, dei sistemi politici, dell'arte e delle
ideologie. In altre parole, la storia umana è
quella dell'emergere della persona come
soggetto di diritto, autorizzato a pensare e a
gestire il proprio destino, libero da ogni
obbligo che non sia il rispetto del diritto
dell'altro alle medesime libertà.
JACQUES ATTALI



"Platone nel Libro VIII de La Repubblica scrive che
dalla libertà degenerata in licenza nasce e si
sviluppa una malapianta: la malapianta della
tirannia. Si tratta di spiegare alla gente che la
libertà illimitata cioè privata di ogni freno e d'ogni
senso morale non è più Libertà ma licenza.
Incoscienza, arbitrio. Si tratta di chiarire che per
mantenere la Libertà, proteggere la Libertà, alla
libertà bisogna porre limiti col raziocinio e il buon
senso. Con l'etica.
Si tratta di riconoscere la
differenza che passa tra lecito e illecito."
ORIANA FALLACI



-
è necessario moltiplicare e diffondere spazi
di confronto e di partecipazione liberi e non
omologati in cui ci sia posto per ragionare
più che per appartenere



- "Tre cose concorrono più di tutte le altre
alla conservazione della repubblica
democratica negli Stati Uniti.
La prima è la forma federale adottata dagli
americani, che permette all'Unione di godere
della potenza di una grande repubblica e
della sicurezza di una piccola.
La seconda consiste nelle istituzioni
comunali che, moderando il dispotismo della
maggioranza, danno al tempo stesso al popolo
il gusto della libertà e l'arte di essere libero.
La terza consiste nella costituzione del
potere giudiziario. I tribunali servono a
correggere gli errori della democrazia e
riescono a rallentare e a dirigere i
movimenti della maggioranza senza tuttavia
arrestarli.
Alexis de Tocqueville 

 
Considero i costumi come una delle grandi
cause generali cui si possa attribuire la
conservazione della repubblica democratica
negli Stati Uniti.
Adopero la parola costumi nel senso che gli
antichi davano alla parola mores; l'applico
quindi non solo ai costumi propriamente detti,
che si possono chiamare le abitudini del cuore,
ma anche alle varie nozioni possedute dagli
uomini, alle diverse opinioni che hanno corso
in mezzo a loro e all'insieme delle idee di cui si
formano le abitudini dello spirito. Comprendo
dunque sotto questa parola tutto lo stato morale
e intellettuale di un popolo.
Alexis de Tocqueville 


- "La libertà è come l'aria: si vive nell'aria.
Se l'aria è viziata, si soffre; se l'aria è
insufficiente, si soffoca; se l'aria manca,
si muore."
Luigi Sturzo


- Il pensiero debole, il pensiero di coloro che cercano
sempre di trovare giustificazioni per i nemici della
libertà, è un pericolo di cui dobbiamo essere
seriamente consapevoli. Nella nostra difesa della
libertà dobbiamo sempre combattere la battaglia delle
idee, e non darla mai per persa. Dobbiamo continuare
a disseminare liberamente le nostre idee, senza
lasciarci intimidire da quelle che sembrano essere
le tendenze dominanti in Europa.


- gran parte delle considerazioni e dei concetti
importanti da ricordare e ribadire, si rifanno ad
una nutrita schiera di autorevoli pensatori,
osservatori, personalità della cultura. Facciamo
in modo che si diffondano

 
TROPPI NON SANNO, NON VOGLIONO SAPERE,
NON VOGLIONO CHE SI SAPPIA

CINA 2005



- l'ignoranza della Storia è decisamente una delle
caratteristiche più negative dell'uomo moderno


"Chi controlla il passato, controlla il presente."
GEORGE ORWELL


- THOSE WHO CANNOT REMEMBER THE PAST ARE
CONDEMNED TO REPEAT IT.
                                                           
   
 11 Settembre 2001

- la vita è breve, la conoscenza infinita e nessuno
ha tempo per tutto. Riassumere dunque è un male
necessario e compito del riassuntore è fare bene
un lavoro che è pur sempre meglio che niente


"UNA SOCIETA' CHE DIMENTICA IL PROPRIO PASSATO
E' ESPOSTA AL RISCHIO DI NON RIUSCIRE A FAR
FRONTE AL PROPRIO PRESENTE E, PEGGIO ANCORA,
DI DIVENTARE VITTIMA DEL PROPRIO FUTURO."
Giovanni Paolo II - 7 novembre 2003


"Il tema della libertà e
delle forze ad essa ostili è immenso".
ALDOUS HUXLEY


"E' RARO CHE LA LIBERTA' DI QUALSIASI TIPO SI
PERDA TUTTA IN UNA VOLTA".
DAVID HUME


"Una delle ragioni
per cui le ideologie totalitarie hanno conosciuto
un successo di proporzioni così considerevoli
risiede nel fatto che troppi paesi democratici
sono stati incapaci di comprenderle.
Dobbiamo studiare e far capire i vari modi in cui
esse, o le loro varianti, hanno influenzato la nostra
atmosfera intellettuale, cosa che in parte accade
a causa di equivoci determinati da quella che
Dostoevskij chiamava la sudditanza per le idee
avanzate."
ROBERT CONQUEST


"Gli ideali sopravvivono attraverso il cambiamento.
E muoiono quando di fronte alle sfide prevale 
l'inerzia.
TONY BLAIR



Primo, uniremo la comunità delle democrazie per
costruire un sistema internazionale che si basi su
valori condivisi e sullo Stato di diritto.
Secondo, rafforzeremo la comunità delle
democrazie per combattere le minacce alla nostra
sicurezza e alleviare l'assenza di speranza che
alimenta il terrorismo.
Terzo, diffonderemo la libertà e la democrazia
nel mondo.
CONDOLEEZZA RICE, 18 gennaio 2005


"Noi sappiamo perché le altre civiltà sono 
scomparse: per eccesso di benessere e 
ricchezza e per mancanza di moralità e spiritualità.
Nel momento stesso in cui rinunci ai tuoi principi
e ai tuoi valori, in cui deridi questi principi e questi
valori, tu sei morto, la tua cultura è morta e la tua
civiltà è morta. Punto e a capo."
ORIANA FALLACI - 24.06.05 - Profeta del declino


 
- " Il liberale ama la tolleranza e la libertà.
Il suo amore per la tolleranza è la necessaria
conseguenza della convinzione di essere uomini
fallibili.
Tuttavia, egli è
tollerante con i tolleranti, ma
intollerante con gli intolleranti.
La tolleranza, al pari della libertà, non può
essere illimitata, altrimenti si autodistrugge.
Infatti, la tolleranza illimitata porta alla
scomparsa della tolleranza.
Se estendiamo l'illimitata tolleranza anche
a coloro che sono intolleranti, se non siamo
disposti a difendere una società tollerante
contro l'attacco degli intolleranti, allora i
tolleranti saranno distrutti e la tolleranza
con essi.
KARL POPPER


"Oggi le cose sono chiare, e se una cosa è da campo
di concentramento, dobbiamo chiamarla con questo
nome, anche se si tratta di socialismo"

"Il pensiero della totalità è un pensiero, è una ideo-
logia o un mito ...si mette in guerra permanente
contro ciò che nell'umanità è umano. Il totalitarismo
è il progresso della storia verso la zoologia, verso il
nulla dell'uomo."

Albert Camus


 
  1 Settembre 2004


  7 luglio 2005

   

  9 novembre 2005



Importante!!
Nonostante l'attenzione da me usata,
se ritieni che contenuti, testo o
immagini, di queste pagine ledano la
normativa sul diritto d'autore, ti prego
di contattarmi e provvederò a
rimuovere immediatamente le parti
contestate.



- Per difendere la nostra democrazia
dobbiamo sostenere, promuovere, favorire
la democrazia degli altri popoli e
preoccuparci degli arretramenti che si
dovessero verificare. Non possiamo
permettere che la democrazia venga
messa in pericolo nei paesi anche
lontani dal nostro.

- La mancanza di chiarezza morale è il motivo
per cui chi vive in società libere non sa
distinguere tra fondamentalisti religiosi degli
Stati democratici e terroristi religiosi degli
Stati fondamentalisti. E' la ragione per cui chi
vive in queste società può arrivare a
considerare nemici i suoi concittadini e
amici i dittatori stranieri.
NATAN SHARANSKY

- La democrazia presuppone a proprio
fondamento i valori della persona,
della dignità, dell'uguaglianza, del rispetto;
togliete valore a questi valori e avrete
tolto la democrazia.


- In una società libera la verità, per
affermarsi,
non può e non deve cercare
altro mezzo che la forza della convinzione
,
una convinzione, peraltro, che, nella
molteplicità di impressioni e di esigenze
che incalzano l'uomo, si forma solo
faticosamente.


"Ognuno può facilmente convincersi di
quanto questo impasto di timidezza, prudenza,
convenienza, ritrosia, timore, sia penetrato
nelle fibre dell'Occidente riflettendo su un
sintomo che lo rivela. Si tratta della forma
di autocensura e autorepressione che si
nasconde sotto le vesti di quello che si
chiama solitamente "linguaggio politicamente
corretto", il quale è una sorta di "neolingua"
che l'Occidente oggi usa per ammiccare,
alludere, insinuare, ma non per dire o
affermare o sostenere.
.....
In giro per il mondo ci sono tante
preoccupazioni, ma c'è anche tanta ipocrisia.
Di chi non vuol vedere né dire, per non
essere coinvolto; di chi vede e non dice, per
non sembrare sgarbato; di chi dice a metà e
chiede complicità sul resto, per non
assumersi troppe responsabilità".
MARCELLO PERA



diritti umani a Cuba 
                      

Archivio Vladimir Bukovsky


AUSCHWITZ - BIRKENAU 

"La colpa di tutte le persone di sinistra dal 1933
in avanti è di aver voluto essere antifasciste
senza essere antitotalitarie".
GEORGE ORWELL

Le nuove generazioni sono nate dalla grande
dimenticanza che i comunisti hanno imposto
alla memoria italiana.


LES TOTALITARISMES UTILISENT L'IGNORANCE
POUR VOUS ASSERVIR.
L'ANTIDOTE AU MENSONGE: LA LECTURE!!!



"Bisogna imparare a rispettare il diritto dell'uomo
più squallido, più disgustoso, a vivere come vuole.
Bisogna rifiutare una volta per sempre la fede
criminosa nella rieducazione di tutti a propria
immagine. Bisogna capire che senza violenza è
possibile creare soltanto un'uguaglianza di
possibilità, ma non un'uguaglianza di risultati.
Solo al cimitero gli uomini raggiungono l'assoluta
uguaglianza, e se volete trasformare il vostro
paese in un gigantesco cimitero, allora fatevi
socialisti."
VLADIMIR BUKOVSKIJ
(da: "Il vento va, e poi ritorna" - ed. Feltrinelli 1978)


  UNGHERIA 1956


  CECOSLOVACCHIA 1968


  POLONIA 1980



  CINA 1989


   BERLINO 1989

    ROMANIA 1989

    MOSCA 1991

DA LEGGERE E RILEGGERE:

-
Conoscere il comunismo (Jean Daujat)
- Perché non possiamo non dirci anticomunisti
- Il problema è l'utopia
- Da Rousseau a Marx: storia liberticida
- Il marxismo è un errore atroce
- Umano e antiumano
- Il solito comunismo
- La notte della storia
- L'interpretazione di F. Furet
- Libertà e verità
- Libertà cristiana e liberazione
- Sulla teologia della liberazione
Cristianesimo e marxismo: una convergenza 
   impossibile
Il rapporto segreto che demolì lo stalinismo
I libri di ABES
Link a siti interessanti
Consiglio d'Europa doc. 7568/1996
Consiglio d'Europa ris. 1096/1996
Consiglio d'Europa doc. 10765/2005
Consiglio d'Europa ris. 1481/2006
Cosa leggere sui gulag
Gulag in Romania
Silenzio sul gulag
Metamorfosi del socialcomunismo
Il dossier Mitrokhin
Commissione Mitrokhin
Relazione maggioranza su dossier Mitrokhin
Relazione minoranza su dossier Mitrokhin
Lo stalinismo e la sinistra italiana
Compagni alla forca
La strage di Schio
I crimini del comunismo 1
I crimini del comunismo 2
I crimini del comunismo 3
Il paradiso sovietico
Storia del Gulag
Come nasce e muore lo Stato comunista
Il Totalitarismo
Il mito della resistenza comunista
Resistenza e miti da sfatare
Sui lager sovietici
La strage di Siroki Brijeg
La rivoluzione ungherese
Una rivoluzione antitotalitaria
Holodomor: the great famine
Propaganda Germania est
Il triangolo della morte
Reduci alla sbarra
The nine commentaries on the CCP
Il vero partito azienda
Il partito è un "essere"
La svolta di Chruscev
Contro Castro e Guevara
Comunismo cubano
Il vero Che
Verità vs mitologia
Oltre il mito
I gay a Cuba
Il Che non studiò a Parigi
Horror picture show
Il logo del rivoluzionario
I cattocomunisti
- Diliberto e Cuba
- Red holocaust
- Necropolis
- Perchè il marxismo morì
- Il mito - resistenza
- Dalla tomba della Storia
- Il cimitero di Lavashovo
- Levashovo memorial
- Il massacro degli alpini
- Budapest 1956_video
- La rivoluzione ungherese
- Dieci anni di illusioni
- Testimoni e martiri
- Necropolis gulag
- Veltroni e Pol Pot
- Le radici della violenza
- Apologia del comunismo
- L'Occidente e gli altri
- Why I became a conservative
- Crimes of soviet communists
- Museum of communism

- Communism
- Geografia dell'arcipelago

- L'ombra del KGB sull'Europa
- Comunismo e fascismo
- Cultura comunista
- Intolleranza stalinista

- Critiche al comunismo
- Nel nome di Marx
- Dal sogno all'incubo
- Good by Lenin
- Nove commentari sul PCC
- La memoria del bene

- Afganistan
- 4.6.1989: il massacro di Tien an men
- Soviet days
- Il costo umano del comunismo
- Orrore e utopia del novecento
- Gulag era in pictures
- Soviet exibit - gulag
- Open Society Archives
- Gulag history
- Forced Labor Camp
- Revelation from the Russian Archives
- Gulag falce e martello
- Harry Wu
- Wikipedia - gulag
- La storiografia comunista dopo 1989
- Fine del muro di Berlino 1989



Non c'è un paese in cui sia stato instaurato
un regime comunista ove non si sia imposto
un sistema di terrore.
NORBERTO BOBBIO



...c'è qualcosa di peggio della malafede.
C'è un riflesso autoritario che ho incontrato
spesso nei politici e nei militanti della sinistra
che si ritiene la più dura e la più pura, ma che
è soltanto la più ottusa. E' un istinto che scatta
quando sentono o leggono qualcosa che non
gli piace. Sanno che la cosa è vera, ma in quel
momento non fa il loro gioco, non giova alla
loro chiesa politica o ideologica. Allora
dichiarano che è falsa. E che il giornalista o lo
scrittore che l'afferma è un falsario.
GIANPAOLO PANSA


Le ideologie ormai contano poco. Sono
crollate come birilli negli anni '80. Nel
grande magazzino del passato ognuno trova
o troverà, secondo la tradizione nazionale, i
propri punti di riferimento, i propri valori, i
costumi dei grandi personaggi che pensa di
indossare o di poter indossare o ritagliare
sugli altri. I riferimenti dottrinari sono e
saranno sempre più rari.
Peseranno le persone.

 
It is not because things are difficult
that we do not dare; it is because we
do not dare that things are difficult.
SENECA


Il vero problema di una democrazia
è che nessun potere divenga
irresponsabile e impunibile.
Che esistano, per ogni potere,
efficaci strumenti di controllo e che
essi risiedano, in ultima istanza,
nella sovranità del popolo.



I totalitarismi pretendevano di poter realizzare
in terra ciò che atteneva al cielo. Ma gli angeli
del loro cielo furono le polizie di Stato, gli
stermini di massa, i lager, i gulag. Tanto che
ancora oggi le persone più ragionevoli
continuano a domandarsi come sia stato
possibile che in tanti abbiano potuto credere
a quel cielo. E se quegli angeli maledetti possano
ancora tornare tra di noi.


GLI INTELLETTUALI FILOTIRANNICI
" Che cosa può avere indotto pensatori e
scrittori a giustificare le azioni di tiranni
moderni o, ancora più frequentemente, a
negare qualsiasi differenza sostanziale
tra una tirannia e le società libere
dell'Occidente? Regimi fascisti e comunisti
sono stati accolti a braccia aperte da molti
intellettuali occidentali per tutto il ventesimo
secolo, così come innumerevoli movimenti
di "liberazione nazionale" che divennero
immediatamente tirannie tradizionali
arrecando miseria a popolazioni sfortunate
in tutto il mondo. Nel ventesimo secolo la
democrazia liberale occidentale è stata
presentata in termini diabolici come la vera
sede della tirannia .... Come funzionano le
menti di questi intellettuali?"
Mark Lilla - The Reckless Mind. Intellectuals
in Politics - N.Y. R.B. 2001 - traduzione di
Victor Zaslavsky


"I beni si disprezzano quando si possiedono
sicuramente, e si apprezzano quando sono
perduti o si corre il pericolo di perderli."
Giacomo Leopardi


"Considero empia e detestabile la massima che
in politica la maggioranza di un popolo ha il diritto
di fare tutto; e tuttavia ritengo che l'origine del
potere sia da porre nella volontà della maggioranza."
Alexis de Tocqueville


L'eredità storica dello stalinismo sulla cultura politica
della sinistra italiana "si rivela in tre caratteristiche
interconnesse e interdipendenti:
- La debolezza del riformismo e la mancanza di un
progetto riformista realistico e realizzabile;
- la comunicazione e la competizione politica basate
sulla delegittimazione dell'avversario e condotte in
maniera antidemocratica, cioè senza sentire l'obbligo
di presentare soluzioni alternative;
- l'antiamericanismo come base di costruzione
dell'identità politica.
Individuare e analizzare le radici nazionali, i percorsi
storici e le tappe della cristallizzazione di questa
cultura politica diventa la condizione necessaria per
liberare la coscienza dai miti e dagli inganni dello
stalinismo."
VICTOR  ZASLAVSKY 



L'immagine della statua della libertà riprodotta
ad inizio pagina è tratta dal
sito di Viggiù.

  Bottomline profile





The world isn't perfect,
the thruth is usually in the middle,
and things are rarely
as simple as they seem.


Tutti gli imperi e tutti i regni sono
crollati, per questa intrinseca e costante
debolezza, che furono fondati da uomini
forti su uomini forti. Ma quest'unica cosa,
la storica Chiesa cristiana, fu fondata su
un uomo debole, e per questo motivo è
indistruttibile. Poiché nessuna catena è
più forte del suo anello più debole.
G.K.CHESTERTON


Ciò che io ho visto, un uomo non
dovrebbe nè vedere nè sapere.
Ma se lo ha visto, sarebbe meglio
che morisse in fretta.
VARLAV SALAMOV, Racconti di Kolyma


CURRY THE BATTLE TO THEM. DON'T LET
THEM TO BRING IT TO YOU. PUT THEM ON
THE DEFENSIVE AND DON'T EVER APOLOGIZE
FOR ANITHING.
HARRY S. TRUMAN


REPETITION DOES NOT TRANSFORM A LIE
INTO A TRUTH.
Franklin D. Roosevelt



















 


4 gennaio 2010

Turchia in Europa?

La Turchia in Europa assumerebbe un peso tutt'altro che marginale. Con 73 milioni di abitanti, e una previsione di 90 entro il 2023, sarebbe probabilmente la nazione più popolosa dell'unione e il sistema di voto dell'Ue le consentirebbe di avere un ruolo cruciale in ogni decisione, tanto più se si considera il fatto che gli immigrati turchi in Europa sono già adesso quattro milioni. Che cosa succederebbe, allora, nel caso in cui, come molti ritengono, l'Ue non fosse in grado di integrare una popolazione così consistente e soprattutto così estranea alla tradizione europea politica, culturale e religiosa? Molti temono il realizzarsi di un piano islamico di conquista dell'Europa che l'ingresso della Turchia in Europa faciliterebbe notevolmente. «Grazie alle vostre regole democratiche vi invaderemo - disse alcuni anni or sono a Monsignor Bernardini, arcivescovo di Smirne, un alto funzionario islamico durante un incontro sul dialogo religioso islamo-cristiano - grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo». Queste parole vengono prese con estrema serietà da coloro che credono sia in atto un'offensiva musulmana contro l'Europa. Ma anche chi non teme l'avanzata islamica e non crede a un piano di conquista europea già in atto, non può fare a meno di nutrire perplessità sull'effettiva adeguatezza della Turchia rispetto ai requisiti per l'adesione di nuovi membri fissati nel 1993 al vertice di Copenaghen e inseriti nel 2000 nel Trattato sull'Unione Europea: in particolare, l'esistenza di un'economia di mercato, in grado di competere entro lo spazio europeo, e di istituzioni politiche stabili che garantiscano democrazia, legalità e rispetto dei diritti umani universali, inclusa la libertà di religione e la protezione delle minoranze.




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23 settembre 2007

Un partito dei tanti senza

Giuseppe De Rita, ha fornito una lucida descrizione del nascente Partito democratico, così caratterizzato:
senza sostanza e senza identità, senza brand, perché il termine “democratico” è il più a-specifico che si conosca;
senza ideologia visto che non basta proclamare l’unione della cultura ex comunista con quella cattolica;
senza programma visto che il suo “manifesto” fondativo è di una genericità deprimente;
senza ipotesi di rete organizzativa, mai una parola sulla forma partito cui si vuole ispirare;
senza blocco sociale di riferimento, un aggancio cioè alla composizione sociale italiana;
senza regole di funzionamento certe;
senza certezze circa la non falsificazione, per scelta o per obbligo, di primarie plebiscitarie come quelle tentate in precedenza.
A che serve dunque un partito dei tanti senza? A creare eventi (primarie e nascita del partito) a forte impatto mediatico, a forte consumo d’opinione collettiva, a forte potere politico di chi controlla la comunicazione di massa, a forte ritorno di benefici per coloro che fanno parte della “congrega dell’evento”. Ma serve soprattutto a legittimare l’ascesa al potere dei nuovi prìncipi: la dinastia veltroniana in sostituzione di quella prodiana.




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9 giugno 2007

do you remember revolution?

 

La sinistra è in caduta libera dappertutto. L'Europa si sta trasformando nell'arena della disfatta storica della sinistra. Dove si tratta di fare politica e riforme, la sinistra è arretrata, non ha più un linguaggio e una visione del mondo. Quando poi, come in Germania, deve fare qualcosa di sostanziale sul piano del governo, allora taglia le tasse alle imprese. L'Ocse ha scritto nero su bianco che anche l'Italia dovrebbe fare così. Meno tasse e meno spesa corrente. Un mercato che tira e uno Stato che spende meno, il meno possibile. Uno Stato «minimo». La sinistra non riesce più ad eternizzare se stessa, come è riuscita variamente a fare a partire dalla Rivoluzione francese. La globalizzazione è l'arma dei mercati più forti e non segue la lentezza della politica. Gli Stati devono soprattutto governare i territori e dunque garantire molta sicurezza ai cittadini, perciò la sinistra è costretta ad affrontare il tabù dell'uso legittimo e sistematico della forza, monopolio, secondo Weber, dello Stato. La sinistra, dopo aver creato il linguaggio della politica, oggi non ha più parole politiche da pronunciare. Riesce soltanto a contrastare retoricamente oppure a copiare la destra liberale. Nient'altro che questo. Una fine epocale, storica.




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4 maggio 2006

Il totalitarismo islamico

Un documento davvero essenziale per comprendere il pensiero di Benedetto XVI sulla religione islamica si trova nel suo libro (scritto insieme a Peter Seewald nel 1996, quando era ancora cardinale), dal titolo “Il sale della terra”.

Alle pagg. 274-278, egli fa alcune considerazioni e mette in luce alcune differenze fra l’Islam e la religione cristiana e l’occidente.

Egli mostra anzitutto che nell’Islam non c’è un’ortodossia, perché non c’è un’autorità, un magistero dottrinale comune. Questo rende il dialogo difficile: quando dialoghiamo, non dialoghiamo “con l’Islam”, ma con dei gruppi.

Ma il punto chiave che egli affronta è quello sulla sharia. Egli dice:

“Il Corano è una legge religiosa che abbraccia tutto, che regola la totalità della vita politica e sociale e suppone che tutto l’ordinamento della vita sia quello dell’islam. La sharia plasma una società da cima a fondo. Di conseguenza, l’Islam può sfruttare le libertà concesse dalle nostre costituzioni, ma non può porre tra le sue finalità quella di dire: sì, ora siamo anche noi enti di diritto pubblico; ora siamo presenti [nella società] come i cattolici e i protestanti. A questo punto [l’Islam] non ha ancora raggiunto pienamente il suo vero scopo, si trova ancora in una fase di alienazione”, che si potrà concludere solo con l’islamizzazione totale della società.

Quando ad esempio un islamico si trova in un società occidentale, lui può godere o sfruttare alcuni elementi, ma non si identificherà mai con il cittadino non musulmano, perchè non si trova in una società musulmana.

Il papa ha visto quindi con chiarezza una difficoltà essenziale del rapporto socio-politico con il mondo musulmano, che viene dalla concezione totalizzante della religione islamica, profondamente diversa dal cristianesimo. Per questo egli insiste nel dire che non dobbiamo cercare di proiettare sull’Islam la visione cristiana del rapporto tra politica e religione. Ciò sarebbe difficilissimo: l’Islam è una religione totalmente diversa dal cristianesimo e dalla società occidentale e questo non rende facile la convivenza.




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25 febbraio 2006

Un tremendo virus ideologico alleato a nuove forme di totalitarismo

Il mondo sta cambiando. Solo poco tempo fa, molti giuravano che il problema di Dio sarebbe semplicemente scomparso dalla scena pubblica. E invece eccoci qua a cercare di restare svegli e calmi di fronte a scontri di potere enormi, planetari, che usano il nome di Dio per eccitare gli animi e creare fronti artificiali. Eccoci a guardare attoniti la caccia ai cristiani, a misurare la miseria intellettuale di chi non sa andare oltre l'orticello delle proprie polemicuzze e convenienze politiche. A interrogarci, guardando la tv e le nostre strade, su quale mondo si prepara per i nostri figli.

Un grande mutamento. Più grande di quello prodotto dal crollo dei sistemi marxisti-leninisti. Più grande, sì: a ben vedere, quel crollo ha cambiato degli assetti politici, ma non ha debellato un tremendo virus ideologico, ancora ben vivo e oggi alleato a nuove forme di totalitarismo. Insomma , siamo in un caos che viene da lontano, e che sta assumendo ora un volto più preciso, per nulla amabile.

Qualcosa del genere devono aver sperimentato gli uomini di altre epoche di passaggio. Come alla fine dell'impero romano. Che fare, dunque, per non perdere l'orientamento, e per non sentirsi sovrastati da qualcosa che ci riguarda ma che sembra non richiedere alcuna iniziativa da parte nostra? Restare spettatori passivi?

Il primo passo è, ancora una volta, chiedersi veramente cosa si ha di caro. Il giudizio su quel che si ha di più caro è il primo, fondamentale passo. Oggi la confusione, anche tra coloro che si professano cattolici, è molta proprio su questo punto.

Chi pensa che la cosa più cara sia un certo benessere, misurerà le proprie iniziative e atteggiamenti sulla base della difesa di quell'interesse. E salvo quello, molto andrà perduto. Chi invece ritiene cara una certa idea di libertà, che coincide con l'arbitrio, darà in escandescenze e andrà in confusione ogni volta che occorrerà, per amore o per forza, limitarla.

Chi ha caro il nostro passato come se dovessimo continuare a vivere nel più bel museo del mondo, passerà il tempo a spolverare gli argenti e a cacciare gli intrusi.

Ma i cristiani, in ogni epoca drammatica, non hanno mai assunto questi giudizi e atteggiamenti. Quando tutto, nell'Europa post-romana, sembrava in balia di nuovi invasori e di flagelli oscuri, hanno puntato sulla loro speranza e sulla creatività della fede. Non hanno avuto paura. Hanno difeso la libertà della Chiesa di esistere, perché senza Chiesa la fede decade, e si sono rimboccati le maniche, facendo rifiorire cose antiche in una cultura nuova e vecchi paesaggi con nuove forme di vita comune. Dove sembravano prepararsi solo paura e abbandono sono fiorite le cattedrali. Anche oggi può essere così?

(Avvenire)




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25 febbraio 2006

Se si aboliscono le credenze ci vorranno soldati e prigioni

“Per parte mia non credo che l’uomo possa mai sopportare insieme una completa indipendenza religiosa e un’intera libertà politica, e sono portato a pensare che, se egli non ha fede, bisogna che serva e, se è libero, che creda.

Ci vorranno soldati e prigioni se si aboliscono le credenze.

Quasi tutti gli sforzi che i moderni hanno fatto in direzione della libertà, sono stati fatti per il bisogno di manifestare o difendere le loro credenze religiose.

Non ho mai visto dei popoli liberi la cui libertà non affondasse più o meno profondamente le sue radici nella fede religiosa, e me lo spiego perché penso che la libertà sia molto meno figlia delle istituzioni che dei costumi, e che i costumi siano figli delle credenze.

Spesso mi sono domandato dove sia la fonte di questa passione per la libertà politica che in tutti i tempi ha fatto fare agli uomini le più grandi cose, in quali sentimenti si radichi e si nutra.

… E’ il piacere di poter parlare, agire, respirare senza costrizione, sotto il solo governo di Dio e delle leggi. Chi nella libertà cerca qualche altra cosa all’infuori di essa, è fatto per servire.”

 

Alexis de Tocqueville




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24 febbraio 2006

Dove nasce la cultura dell'odio e della violenza

Ormai il mondo mediorientale sembra che non sia in grado di prescindere dalla violenza come unica modalità di risposta a qualunque provocazione. Ed ogni volta questa violenza viene giustificata. L'attacco alle Torri Gemelle? Giustificato dall'imperialismo americano che opprime i popoli mediorientali tenendoli in condizioni di povertà estrema. L'attacco alle chiese cristiane in Nigeria? Giustificato dall'offesa delle vignette su Maometto. L'attacco di Bengasi contro l'Italia? Giustificato dall'atto provocatorio dell'ex Ministro Calderoni, reo di aver indossato una maglietta.

In realtà bisognerebbe chiedersi che cosa c'è dietro a tanta violenza. Più volte è stato denunciato il disegno e la regia del Presidente iraniano Ahmadinejad, ma naturalmente non fa tutto capo a lui. In realtà egli rappresenta oggi la punta di un iceberg che spesso rimane coperto, ma che, se compreso, aiuta a capire le motivazioni di tali azioni ed a dimostrare la netta differenza tra il nostro mondo ed il loro.

Un esempio ci viene proprio da quanto avvenuto ieri. Di fronte ad un atto barbaro come l'attentato di Samarra, l'ayatollah Khamenei, massima espressione religiosa sciita in Iran, cioè il leader religioso di quel Paese, ha usato parole colme d'odio, gettando benzina sul fuoco: «Questi atti odiosi sono stati commissionati da un gruppo di sionisti e di occupanti mancati». Questa posizione è figlia di un'offensiva culturale che dura da molto tempo. …..Nei centri e nelle scuole islamiche, così come nelle moschee, sono state soffocate le tradizioni musulmane per essere sostituite da insegnamenti di odio ed inni alla jihad. Troppo spesso abbiamo ascoltato sermoni colmi d'ira, di clamorose bugie e di fantasiose teorie cospirative al solo scopo di accendere gli animi ed aizzare la folla. E' da qui, da queste scuole, da questi centri che nasce la cultura dell'odio, della violenza e dell'intolleranza. In questo senso il confronto con il mondo occidentale e con le religioni ebraica e cristiana diventa particolarmente indicativo.

Mentre gli imam e gli ayatollah nelle moschee mediorientali (spesso anche in quelle occidentali) fomentano la folla e la guidano in una spirale di violenza ingiustificabile ed inammissibile, trasformandosi in amplificatori della cultura d'odio imparata nelle scuole islamiche, il Papa ed i vescovi ci insegnano i valori della libertà e della tolleranza, che significano rispetto reciproco. Ma per rispettare gli altri dobbiamo innanzitutto rispettare noi stessi, e questo può avvenire soltanto se non abbiamo paura delle nostre radici e della nostra civiltà. Se mettiamo in discussione ogni volta i nostri valori, in nome di un nichilismo che non ci deve appartenere, non riusciremo mai a trovare quella serenità che è fondamentale per relazionarci con il prossimo. (ragionpolitica)




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18 febbraio 2006

D'Alema vuole ribaltare il referendum

Un colpo al giorno, continua l'accerchiamento dei radical-socialisti all'Unione: non avendo ottenuto nel programma nessuno dei punti richiesti, la Rosa nel pugno passa a lavorare gli alleati ai fianchi, uno a uno. E da Massimo D'Alema ieri riesce a strappare un impegno a modificare, in caso di vittoria, la legge per la fecondazione assistita, su cui anche gli italiani hanno già espresso il proprio parere, attraverso il referendum. Nel centrosinistra torna alta la tensione, con la Margherita a dir poco irritata dalla dichiarazione del presidente diessino. Ma è soprattutto il centrodestra a mettersi in gioco, in difesa della legge 40.

«Penso che il Parlamento riaffronterà la questione della fecondazione assistita per migliorare la legge», dice a Radio Radicale il presidente della Quercia. «È vero che il referendum non ha raggiunto il quorum, ma è altrettanto vero che non hanno vinto i "no" ai quesiti referendari. È dunque legittimo - ne deduce - riprendere la battaglia e discuterne in Parlamento».

«Lavorerò esattamente nella direzione opposta a D'Alema, per evitare di tornare al vecchio Far West legislativo», spiega il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini.

Per riaprire la discussione, secondo Bruno Dallapiccola, copresidente dell'associazione "Scienza vita", «la prima parola non spetterebbe alla politica ma alla scienza». L'autorevole genetista ricorda che «i dati su cui è stata impostata la campagna referendaria sono stati sempre e solo improntati al massimo rigore scientifico e alla medicina basata sull'evidenza». Non solo. «Nei mesi trascorsi dal referendum a oggi sono stati prodotti studi e dati che hanno confermato quella impostazione», spiega, riferendosi alle serie pubblicazioni scientifiche sul falso sulla clonazione umana e sulla non completa affidabilità della diagnosi preimpianto sugli embrioni. (avvenire)

Gli italiani si sono espressi a prescindere da convinzioni religiose e politiche, a favore della legge approvata in Parlamento da una larga maggioranza. Con queste affermazioni D’Alema conferma la sua innata arroganza, irrispettosa della volontà popolare espressa democraticamente.




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20 gennaio 2006

Importanza delle masse politicamente neutrali e indifferenti

Il successo dei movimenti totalitari fra le masse segnò la fine di due illusioni care ai democratici in genere, e al sistema di partiti degli Stati nazionali europei in particolare. La prima era che il popolo nella sua maggioranza prendesse parte attiva agli affari di governo e che ogni individuo simpatizzasse per l’uno o l’altro partito; i movimenti mostrarono invece che le masse politicamente neutrali e indifferenti potevano costituire la maggioranza anche in una democrazia, e che c’erano quindi degli Stati retti democraticamente in cui solo una minoranza dominava ed era rappresentata in parlamento. La seconda illusione era che queste masse apatiche non contassero nulla, che fossero veramente neutrali e formassero lo sfondo inarticolato della vita politica nazionale; ora i movimenti totalitari misero in luce quel che nessun organo dell’opinione pubblica aveva saputo rivelare, che la costituzione democratica si basava sulla tacita approvazione e tolleranza dei settori della popolazione politicamente grigi e inattivi non meno che sulle istituzioni pubbliche articolate e organizzate. [...] Da un punto di vista pratico, non c’è molta differenza se i movimenti totalitari adottano l’orientamento del nazismo o quello del bolscevismo, se organizzano le masse in nome della razza o della classe, se pretendono di seguire le leggi della vita e della natura o quelle della dialettica e dell’economia.

(Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Edizioni di comunità, Milano, 1996, p. 432-433)




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20 gennaio 2006

Società aperta o chiusa, democrazia o tirannia

Per Popper la società chiusa, o tirannia, o anche totalitarismo, è organizzata su norme rigide, con un controllo soffocante della collettività sull’individuo. La società aperta, o democrazia, è, invece, fondata sulla salvaguardia della libertà, mediante istituzioni autocorregibili, aperte alla critica e alla riforma, che permettano il controllo dei governanti da parte dei governati.

Tutta la sua opera è diretta a tracciare una linea di demarcazione fra democrazia e dittatura. Infatti in “La società aperta e i suoi nemici” scrive:

-        la democrazia non è solo definita in base al soggetto a cui viene attribuito il potere, ma si identifica con la possibilità di controllare i governanti mediante istituzioni strategiche, che ne consentano il licenziamento, senza dover ricorrere alla violenza;

-        esistono solo due forme di governo: la democrazia e la tirannide;

-       l’unico cambiamento che deve escludere una costituzione democratica è un cambiamento nel sistema legale;

-       la protezione delle minoranze non deve estendersi a coloro che violano la legge;

-       si deve sempre presupporre che ci siano sempre tendenze anti-democratiche latenti;

-        se la democrazia è distrutta, tutti i diritti sono distrutti (alcuni vantaggi economici potrebbero restare solo sulla base della rassegnazione);

-       la prevenzione della democrazia deve essere la preoccupazione preminente, altrimenti le tendenze anti-democratiche, facendo appello a coloro che soffrono sotto l’azione stressante della società, possono provocare il crollo della democrazia;

-        il metodo rivoluzionario porta alla violenza;

-        il metodo rivoluzionario si improvvisa riformista di qualità scadente, con molta pretesa e poca compassione, proponendo di ripulire la “tela” del mondo sociale, e, quindi, cancellando tutto e partendo da capo con un mondo razionalizzato assolutamente nuovo;

-       il metodo riformista (o della scienza) è superiore, perché:

1.     evita di promettere paradisi, poi irraggiungibili;

2.     non pone dei fini assoluti che legittimino il ricorso alla violenza;

3.     procede per via sperimentale, essendo disposto a correggere mezzi e fini;

4.     riesce a dominare meglio i mutamenti sociali, senza trovarsi in situazioni impreviste, che portano alla dittatura;

5.     è in grado di mantenere la libertà, in un atmosfera critica, con proposte di riforma.




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16 gennaio 2006

Giochi di parole per i pacs

Le convinzioni di Prodi in materia di coppie omosessuali sono: “Primo, sono contrario al riconoscimento delle nozze tra gay e credo sia sbagliato utilizzare termini come “famiglia” e “matrimonio” nei rapporti tra persone dello stesso sesso. Secondo, penso invece sia possibile, e soprattutto giusto, impegnarsi a promuovere azioni politiche che siano in grado di garantire sostegno e assistenza alle coppie di fatto, e quindi anche a quelle omosessuali.” Chi afferma che queste relazioni devono comunque essere regolate dalla legge, sta giocando con le parole per non essere costretto ad arrendersi di fronte all’evidenza. Le unioni di fatto sono tali proprio in quanto non sono  regolate dall’ordinamento statale. Nel momento in cui un Parlamento stabilisce dei diritti in capo a una coppia per il solo fatto della convivenza more uxorio, riconosce valenza e dignità giuridica a tale rapporto. Dunque non c’è modo di regolamentare le unioni gay senza con ciò stesso elevarle al rango di unione matrimoniale. Il fatto che la parola “matrimonio” non venga utilizzata non cambia nulla.

Nel documento pubblicato il 31 luglio 2003 a firma del card. Ratzinger, sono contenute le considerazioni sui progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali che esplicitano in modo chiaro la posizione della Chiesa. In esso si afferma, tra l’altro: “Non è vera l'argomentazione secondo la quale il riconoscimento legale delle unioni omosessuali sarebbe necessario per evitare che i conviventi omosessuali perdano, per il semplice fatto della loro convivenza, l'effettivo riconoscimento dei diritti comuni che essi hanno in quanto persone e in quanto cittadini. In realtà, essi possono sempre ricorrere – come tutti i cittadini e a partire dalla loro autonomia privata – al diritto comune per tutelare situazioni giuridiche di reciproco interesse. Costituisce invece una grave ingiustizia sacrificare il bene comune e il retto diritto di famiglia allo scopo di ottenere dei beni che possono e debbono essere garantiti per vie non nocive per la generalità del corpo sociale.” “Nessuna ideologia può cancellare dallo spirito umano la certezza secondo la quale esiste matrimonio soltanto tra due persone di sesso diverso, che per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria ed esclusiva, tendono alla comunione delle loro persone. […] L'uomo e la donna sono uguali in quanto persone e complementari in quanto maschio e femmina. La sessualità da un lato fa parte della sfera biologica e, dall'altro, viene elevata nella creatura umana ad un nuovo livello, quello personale, dove corpo e spirito si uniscono.”




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15 gennaio 2006

La logica della resa

«Quand'era presidente della commissione europea, Prodi ha diffuso l'idea di un'Europa come isola felice, ha contribuito a creare l'immagine mitica di un continente speciale, che non deve preoccuparsi della sicurezza e della difesa della sua identità. Prodi contribuì a dividere l'Europa, la definì un contropotere rispetto agli Stati Uniti. Come se l'Europa potesse infischiarsi delle proprie responsabilità internazionali. È stato un danno grave. Ma tutta la cultura di sinistra ha cullato una generazione di europei nell'illusione che pace e stabilità siano una specie di diritto naturale. Non sono una conquista definitiva. Si è evitato di far nascere la consapevolezza che comportano responsabilità e possono richiedere anche l'uso della forza per mantenerle.

E' la logica della resa, della mancanza di volontà di difendersi. La prova numero uno di questa ignavia è il modo in cui gli europei trattano i terroristi, li nobilitano chiamandoli guerriglieri, li giustificano, gli riconoscono un'ideologia, naturalmente quella antioccidentale. E se vengono catturati li assolvono.

Ci sono due modelli di immigrazione. Quello inglese basato sul multiculturalismo, parola considerata nobile, ma in realtà espressione della resa. Consiste nel dare dignità di cittadinanza non alle singole persone, ma alle comunità, riconoscendo ad esse il diritto di tutelare i propri membri. L'altro modello è quello francese, nazionalista, laicista. Pretende di eliminare la religione e assimilare tutti in una specie di religione di Stato. Entrambi i modelli sono falliti». Gli immigrati hanno il dovere di integrarsi. Dobbiamo rispettarli ma pretendere che essi rispettino i diritti fondamentali dell'uomo garantiti dalle costituzioni europee. Se non lo fanno, dobbiamo difenderci. Qui sta il problema. Per difendersi bisogna credere che qualcosa è messo in discussione e che invece vale la pena di salvaguardare. Se però gli europei non credono più nei propri valori universali, non si riconoscono più nei principi tradizionali, allora a che titolo e dentro che cosa possono chiedere agli immigrati di integrarsi? Se da noi impera il relativismo spacciato per tolleranza, perché gli immigrati dovrebbero integrarsi nella nostra cultura invece che restare nella propria? Col loro atteggiamento gli europei si preparano alla resa definitiva, a essere assimilati invece che integrare gli altri». (Marcello Pera)




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23 dicembre 2005

Fede e ragione, fede cristiana e ragione moderna

<< Il passo fatto dal Concilio Vaticano II verso l'età moderna, che in modo assai impreciso è stato presentato come "apertura verso il mondo", appartiene in definitiva al perenne problema del rapporto tra fede e ragione, che si ripresenta in sempre nuove forme. La situazione che il Concilio doveva affrontare è senz'altro paragonabile ad avvenimenti di epoche precedenti. San Pietro, nella sua prima lettera, aveva esortato i cristiani ad essere sempre pronti a dar risposta (apo-logia) a chiunque avesse loro chiesto il logos, la ragione della loro fede (cfr 3,15). Questo significava che la fede biblica doveva entrare in discussione e in relazione con la cultura greca ed imparare a riconoscere mediante l'interpretazione la linea di distinzione, ma anche il contatto e l'affinità tra loro nell'unica ragione donata da Dio. Quando nel XIII secolo, mediante filosofi ebrei ed arabi, il pensiero aristotelico entrò in contatto con la cristianità medievale formata nella tradizione platonica, e fede e ragione rischiarono di entrare in una contraddizione inconciliabile, fu soprattutto san Tommaso d'Aquino a mediare il nuovo incontro tra fede e filosofia aristotelica, mettendo così la fede in una relazione positiva con la forma di ragione dominante nel suo tempo.

La faticosa disputa tra la ragione moderna e la fede cristiana che, in un primo momento, col processo a Galileo, era iniziata in modo negativo, certamente conobbe molte fasi, ma col Concilio Vaticano II arrivò l’ora in cui si richiedeva un ampio ripensamento. Il suo contenuto, nei testi conciliari, è tracciato sicuramente solo a larghe linee, ma con ciò è determinata la direzione essenziale, cosicché il dialogo tra ragione e fede, oggi particolarmente importante, in base al Vaticano II ha trovato il suo orientamento. Adesso questo dialogo è da sviluppare con grande apertura mentale, ma anche con quella chiarezza nel discernimento degli spiriti che il mondo con buona ragione aspetta da noi proprio in questo momento. Così possiamo oggi con gratitudine volgere il nostro sguardo al Concilio Vaticano II: se lo leggiamo e recepiamo guidati da una giusta ermeneutica, esso può essere e diventare sempre di più una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa. (Benedetto XVI) (vedi testo integrale)




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23 dicembre 2005

Libertà di religione e libertà di coscienza

<< Se la libertà di religione viene considerata come espressione dell'incapacità dell'uomo di trovare la verità e di conseguenza diventa canonizzazione del relativismo, allora essa da necessità sociale e storica è elevata in modo improprio a livello metafisico ed è così privata del suo vero senso, con la conseguenza di non poter essere accettata da colui che crede che l'uomo è capace di conoscere la verità di Dio e, in base alla dignità interiore della verità, è legato a tale conoscenza.

Una cosa completamente diversa è invece il considerare la libertà di religione come una necessità derivante dalla convivenza umana, anzi come una conseguenza intrinseca della verità che non può essere imposta dall'esterno, ma deve essere fatta propria dall’uomo solo mediante il processo del convincimento.

Il Concilio Vaticano II, riconoscendo e facendo suo con il Decreto sulla libertà religiosa un principio essenziale dello Stato moderno, ha ripreso nuovamente il patrimonio più profondo della Chiesa.

La Chiesa antica, con naturalezza, ha pregato per gli imperatori e per i responsabili politici considerando questo un suo dovere (cfr 1 Tm 2,2); ma, mentre pregava per gli imperatori, ha invece rifiutato di adorarli, e con ciò ha respinto chiaramente la religione di Stato. I martiri della Chiesa primitiva sono morti per la loro fede in quel Dio che si era rivelato in Gesù Cristo, e proprio così sono morti anche per la libertà di coscienza e per la libertà di professione della propria fede, una professione che da nessuno Stato può essere imposta, ma invece può essere fatta propria solo con la grazia di Dio, nella libertà della coscienza.

Una Chiesa missionaria, che è tenuta ad annunciare il suo messaggio a tutti i popoli, deve impegnarsi per la libertà della fede. Essa vuole trasmettere il dono della verità che esiste per tutti ed assicura al contempo i popoli e i loro governi di non voler distruggere con ciò la loro identità e le loro culture, ma invece porta loro una risposta che, nel loro intimo, aspettano, una risposta con cui la molteplicità delle culture non si perde, ma cresce invece l'unità tra gli uomini e così anche la pace tra i popoli. >> (Benedetto XVI)  (vedi testo integrale)




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20 dicembre 2005

La persona umana prevalga sugli ideologismi

<< Bisogna prendere atto che il terrorismo di matrice islamica è di natura aggressiva e non reattiva, che la radice del male è in un’ideologia dello scontro, dell’odio e della morte diffusa dentro e fuori le moschee, che la “fabbrica dei kamikaze” è ormai radicata anche in Europa, che solo una controffensiva globale che abbia al centro il riscatto dei valori e l’affermazione di un’identità forte e condivisa porterà all’isolamento e alla sconfitta di questo terrorismo e dell’ideologia che lo alimenta.

E’ essenzialmente una battaglia di idee perché trionfino dei valori umani in grado di cementare una comune civiltà dell’uomo. Sono i valori del primato della vita, della centralità dell’individuo, del rispetto dei diritti fondamentali della persona. Nell’insieme del mondo arabo e musulmano è in atto una difficile maturazione che gradualmente tende a valorizzare i diritti individuali finora e fin troppo sacrificati ai diritti collettivi.

Noi vogliamo unire la nostra voce a quella del papa Benedetto XVI, vogliamo dar corpo e forza al movimento trasversale che ha unito cattolici e laici nella battaglia per la vita e per i valori umani, vogliamo valorizzare il pensiero e l’azione dei musulmani perbene e di buon senso, amanti della vita e rispettosi dei diritti fondamentali della persona.

Diciamo no al relativismo culturale, al negazionismo e al revisionismo storico, al nichilismo ideologico, al multiculturalismo e all’assimilazionismo. Diciamo sì alla sacralità della vita di tutti; sì alla centralità della persona umana; sì a un’identità forte e condivisa, unitaria e garante della libertà di culto e della salvaguardia delle tradizioni linguistiche, culturali e artistiche; sì alla cittadinanza che non si traduca e non si immiserisca nella concessione del passaporto, bensì nella condivisione dei valori fondanti della comune identità nazionale, tramite un processo di integrazione concepito, finanziato e gestito dallo Stato. Noi siamo per un Occidente e per un mondo islamico dove la persona umana prevalga sugli ideologismi, dove il valore della sacralità della vita di tutti primeggi sulla cultura della morte che sta mettendo a repentaglio la vita di tutti. >> (Magdi Allam)




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14 dicembre 2005

Crisi di identità dell'Europa e dialogo

<< In questa Europa pallida, smarrita, incerta e impaurita e sotto attacco da parte del terrorismo e del fondamentalismo di matrice islamica, ribadire chi siamo e in che cosa crediamo è il primo passo per provare a difenderci. L'alternativa è la resa: che mi pare essere la scelta prevalente della cultura europea e purtroppo anche di alcuni politici. Salvo poi, davanti all'emergenza, riconoscere, come ha fatto il presidente Chirac, che esiste effettivamente una "crisi di identità". E allora, se ammettiamo che questa crisi esiste, il problema diventa uno solo: come si risolve? Di quale identità siamo in cerca?

L'identità che intendiamo affermare e difendere è quella occidentale dei principi di libertà e democrazia e dei valori fondamentali, a cominciare dal rispetto della persona umana. E' l'identità che consente a persone con culture differenti di intendersi, senza rinunziare a quello che sono per tradizione e per scelta. Esiste un insieme di princìpi e valori, non a caso richiamati nelle Carte dei diritti internazionali, che sono universali. Il rispetto della vita, la dignità della persona, l'uguaglianza, a cominciare da quella uomo-donna, la libertà di professare una religione, sono beni dell'umanità, di tutti e ciascuno, indipendentemente dalla religione professata. E se lo sono, la questione non è più storica, e ancor meno teologica. La questione è culturale e politica: dobbiamo crederci in questo bene dell'umanità e dunque affermarlo, promuoverlo, esportarlo? Oppure dobbiamo nasconderlo, rinchiuderci in casa, e goderlo da soli dentro le mura domestiche?

Il fondamentalismo si batte così: non diluendo la nostra identità fino ad annullarla, ma riconoscendola. Il dialogo è possibile a condizione che la parola "dialogo" non si riduca alla traduzione della parola "appeasement", cioè venire a patti con l'avversario. Perché il dialogo, quando è vero e non una vuota esercitazione retorica, presuppone che gli interlocutori non rinuncino alle loro ragioni. Ma se noi abbiamo timore di dirci chi siamo e se crediamo che rivendicare la nostra identità sia un gesto di arroganza, come si può dialogare? Si è mai visto un dialogo in cui uno dice: "Vergognati", "Sei il Grande Satana", "La tua civiltà è corrotta fin dai fondamenti", "Ti distruggiamo perché giudeo e crociato", e l'altro risponde: "Ti comprendo", "Hai ragione", "Chiedo scusa", "I terroristi siamo noi"? >> (Marcello Pera)




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10 dicembre 2005

Laico e cristiano: una contrapposizione manichea e sterile

Domanda non rituale e non retorica: cosa vuol dire, in realtà, «laico»? E’ un luogo comune ricorrente: il laico è totalmente diverso dal cristiano. Il pensiero di un uomo laico sarebbe, così, un'altra cosa rispetto a quello di cui sarebbe portatore l'uomo cristiano. Due fronti opposti, inconciliabili, due mondi del tutto incomunicanti, se non nelle circostanze in cui la retorica domina nelle circostanze pubbliche, quelle nelle quali l'uomo politico «laico» stringe la mano al «cristiano» e magari scambia qualche battuta conciliante riguardante il grande contributo del cristianesimo all'edificazione della Repubblica. Ma le cose stanno veramente così? Il pensiero laico è davvero un'altra cosa rispetto al pensiero cristiano? E poi, ancora: il laico è davvero così? E' sempre e soltanto un non-credente, un uomo irreligioso, senza Dio e senza religione alcuna? Questa contrapposizione è manichea e sterile.

La contrapposizione manichea tra laico e cristiano non ha oggi più ragion d'essere, essendo il laico un cristiano nella fede ed essendo il cristiano un perfetto laico nel pensiero e nel metodo di indagine della realtà. Lo sviluppo del cristianesimo ha prodotto, in realtà, questo tipo umano così ricco di umanità e cultura, nel senso estensivo del termine intesa come ricerca del significato ultimo dell'esistenza; questa figura di uomo è concretamente laica e credente, aperta a Dio ed alla libertà, alla verità ed allo sviluppo economico e sociale.

E' proprio dal cristianesimo così concepito che nasce la sostanza viva della laicità, la ragionevolezza, l'equilibrio umano, l'apertura alla speranza ed al progresso civile. Contrapporre questa laicità al cristianesimo significa produrre un falso storico, deformare la realtà dei fatti storici e la dinamica culturale del nostro Occidente. Il vero pensiero ha due anime gemellate dalla storia: noi pensiamo laicamente sapendoci cristiani. Due tesori in un unico cuore. E due risorse politiche ed etiche che, lungi dal produrre contrapposizioni, aprono, di contro, spazi inediti di gemellaggio e di possibile fusione degli orizzonti.

La modernità tecnologica e la globalizzazione sono, ad un tempo, l'orizzonte di aspettativa e lo spazio di esperienza tanto per il laico agnostico quanto per il laico credente. Entrambi, in uno spazio politico, non possono che dirigere le proprie forze intellettuali, spirituali e culturali alla ricerca della verità, sempre inattingibile una volta per tutte. Cadono una volta per tutte gli «assoluti terrestri» e rinascono gli orizzonti comuni di ricerca. Obiettivo comune: dare un fondamento alla democrazia liberale ed alle società aperte e capitalistiche, superando le insorgenze di anomìa e devastazione nichilistica. Da qui riparte il motore politico della laicità. (Raffaele Iannuzzi)




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5 dicembre 2005

Il relativismo uccide l'uomo e la democrazia

E’ proprio il relativismo ad uccidere la democrazia. Se tutto è egualmente valido, se non c'è la possibilità di definire qualcosa come migliore, più adatto o più giusto, se non ci sono parametri più validi di altri, se la Storia e la Tradizione non hanno un valore ed un peso specifico, se non c'è nulla di universale per cui valga la pena anche combattere, se non c'è la possibilità di distinguersi e differenziarsi, se avere delle convinzioni profonde non ha senso, perché portarle avanti significa esporsi all'accusa, addirittura, di fascismo, se questo disfacimento di noi stessi è lo strumento più adeguato alla comprensione del nostro tempo, allora la prima cosa che morirà sarà proprio il sale della democrazia: il riconoscimento ed il rispetto di ciò che è diverso da noi.

Come sarà possibile riconoscere una identità ed una specificità ad una cultura, una religione, o una politica, se perdiamo il senso della nostra identità e specificità in favore di un amalgama grigio che tutto avvolge con analoga indifferenza? Se ci votiamo a considerarci, e di conseguenza ad essere considerati, nulla?
Il relativismo uccide l'uomo perché non lo osserva, non lo conosce, non lo giudica, non lo sprona e non lo limita, lasciando ch'esso si consideri l'unico parametro e l'unico punto di riferimento della sua vita. E' un invito al delirio di potenza, e i liberali dovrebbero saperlo, dovrebbero insistere sull'importanza della consapevolezza della propria specificità quale strumento di confronto e valutazione dell'altro, perché in caso contrario il rispetto, la comprensione e la pari dignità delle diversità non sussiste.

Ricomporre la frattura tra coloro che hanno trovato nel relativismo, cioè nell'assenza di parametri, il loro unico parametro, e quelli che, da sempre, cercano di difendere la loro storia e identità senza complessi e senza aggressività, avendo il coraggio di scegliere, di schierarsi, di opporsi, di differenziarsi, di dubitare, di confrontarsi, senza mai perdere il senso dell'appartenenza alla loro storia ed alla sua specificità, e rimanendo sempre aperti al mondo pur nella convinzione di essere dalla parte giusta. Questo è liberalismo, questa è democrazia.  di [Valentina Meliadò]




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7 novembre 2005

La battaglia sul futuro è culturale e morale

<< “Di chi è il futuro?” chiedeva Orwell. E’ la grande domanda della vita e la grande domanda della politica. Pochi decideranno di abbracciare il conservatorismo perché promuove l’assistenza sociale privata o perché mette un tetto ai liability awards. In fondo, come ci ha drammaticamente dimostrato la grande partecipazione del paese alla sorte di una donna in un ospedale della Florida, tenuta in vita da un tubo che l’alimentava, la battaglia sul futuro è culturale e morale. Sotto questo aspetto, Hayek e i neoconservatori hanno sempre avuto ragione: ogni movimento, debba esso aumentare o mantenere la sua influenza, deve misurarsi nella battaglia delle idee.>>

James Piereson – Investire nelle idee per vincere in politica – tratto da Ideazione numero 5 settembre-ottobre 2005, pag.127




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1 novembre 2005

Il paradosso dei sognatori di un mondo senza nemici

Ruggero Guarini, in un corsivo de Il Giornale di oggi, scrive a proposito dei pacifisti nostrani:  << Questo atteggiamento soavemente suicida è soltanto l'altra faccia del grande miraggio pacifista di questa sinistra tuttora stordita dal crollo del comunismo. Che è il miraggio di un mondo senza nemici. Di un mondo in cui tutti devono essere e sentirsi amici di tutti. Di un mondo in cui ognuno ha il dovere di riconoscere in ogni altro un amico. Di un mondo in cui è proibito immaginare che esistano dei nemici. Di un mondo in cui non è assolutamente consentito sentirsi a propria volta nemici di coloro che si dichiarano nostri nemici e ci trattano come tali. Di un mondo in cui è dunque proibito percepire e trattare il nemico come nemico. Di un mondo in cui percepire e trattare il nemico come nemico non può che essere un segno di inferiorità morale. Di un mondo infine in cui, se ci accade di sentirci minacciati da un nemico deciso ad annientarci o a sottometterci, questo può voler dire soltanto che siamo così accecati dal nostro odio da meritarci il loro.
Questo sogno di un mondo abitato soltanto da amici incontra tuttavia un limite logico insuperabile nel dovere che questi sognatori hanno di vedere dei nemici in tutti coloro che non condividono il loro sogno. Dunque nemmeno loro possono fare a meno di un nemico. Anzi proprio il sognatore di un mondo senza nemici, di un mondo abitato soltanto da amici, di un mondo votato all'amicizia universale, è condannato, paradossalmente, a vedere in chi non condivida questo suo sogno non un nemico qualsiasi, bensì il suo solo autentico nemico. Nessuno infatti come il sognatore di un mondo senza nemici, di un mondo abitato soltanto da amici, di un mondo in cui lo stesso concetto di nemico sia soppresso e cancellato, ha il dovere di figurarsi un nemico essenziale e assoluto, e questo nemico non può non essere il turpe popolo di coloro che non sognano il suo sogno.
Questi sognatori riescono insomma a sentirsi amici di tutti, persino dei terroristi islamisti, fuorché di chi si ostina a immaginare che quegli angioletti siano dei veri nemici.
La posizione della nuova sinistra mondiale di fronte agli affronti e alla minacce del terrorismo islamico corrisponde del resto esattamente all'intrepido motto con cui la sinistra degli anni Cinquanta, durante la guerra fredda, reagì alle minacce e agli affronti del comunismo sovietico. «Meglio rossi che morti» dicevano allora. «Meglio maomettani che morti» pensano oggi. Gratta il pacifista senza se e senza ma di oggi e trovi il partigiano della pace in salsa stalinista di mezzo secolo fa.>>




permalink | inviato da il 1/11/2005 alle 14:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


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