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FAQ
         

      educate, 
    
agitate, 
    organize 
    
for freedom




      
La storia fluisce effettivamente in un'unica
caparbia direzione, molto particolare, che
nessuna scossa, per quanto prolungata, è
riuscita fino ad oggi a deviare in modo
duraturo:
di secolo in secolo, l'umanità
impone il primato della libertà individuale
su qualsiasi altro valore
. Passando attraverso
il progressivo rigetto della rassegnazione
di fronte a ogni forma di schiavitù, attraverso
i progressi tecnici che permettono di ridurre
ogni fatica, attraverso la liberalizzazione dei
costumi, dei sistemi politici, dell'arte e delle
ideologie. In altre parole, la storia umana è
quella dell'emergere della persona come
soggetto di diritto, autorizzato a pensare e a
gestire il proprio destino, libero da ogni
obbligo che non sia il rispetto del diritto
dell'altro alle medesime libertà.
JACQUES ATTALI



"Platone nel Libro VIII de La Repubblica scrive che
dalla libertà degenerata in licenza nasce e si
sviluppa una malapianta: la malapianta della
tirannia. Si tratta di spiegare alla gente che la
libertà illimitata cioè privata di ogni freno e d'ogni
senso morale non è più Libertà ma licenza.
Incoscienza, arbitrio. Si tratta di chiarire che per
mantenere la Libertà, proteggere la Libertà, alla
libertà bisogna porre limiti col raziocinio e il buon
senso. Con l'etica.
Si tratta di riconoscere la
differenza che passa tra lecito e illecito."
ORIANA FALLACI



-
è necessario moltiplicare e diffondere spazi
di confronto e di partecipazione liberi e non
omologati in cui ci sia posto per ragionare
più che per appartenere



- "Tre cose concorrono più di tutte le altre
alla conservazione della repubblica
democratica negli Stati Uniti.
La prima è la forma federale adottata dagli
americani, che permette all'Unione di godere
della potenza di una grande repubblica e
della sicurezza di una piccola.
La seconda consiste nelle istituzioni
comunali che, moderando il dispotismo della
maggioranza, danno al tempo stesso al popolo
il gusto della libertà e l'arte di essere libero.
La terza consiste nella costituzione del
potere giudiziario. I tribunali servono a
correggere gli errori della democrazia e
riescono a rallentare e a dirigere i
movimenti della maggioranza senza tuttavia
arrestarli.
Alexis de Tocqueville 

 
Considero i costumi come una delle grandi
cause generali cui si possa attribuire la
conservazione della repubblica democratica
negli Stati Uniti.
Adopero la parola costumi nel senso che gli
antichi davano alla parola mores; l'applico
quindi non solo ai costumi propriamente detti,
che si possono chiamare le abitudini del cuore,
ma anche alle varie nozioni possedute dagli
uomini, alle diverse opinioni che hanno corso
in mezzo a loro e all'insieme delle idee di cui si
formano le abitudini dello spirito. Comprendo
dunque sotto questa parola tutto lo stato morale
e intellettuale di un popolo.
Alexis de Tocqueville 


- "La libertà è come l'aria: si vive nell'aria.
Se l'aria è viziata, si soffre; se l'aria è
insufficiente, si soffoca; se l'aria manca,
si muore."
Luigi Sturzo


- Il pensiero debole, il pensiero di coloro che cercano
sempre di trovare giustificazioni per i nemici della
libertà, è un pericolo di cui dobbiamo essere
seriamente consapevoli. Nella nostra difesa della
libertà dobbiamo sempre combattere la battaglia delle
idee, e non darla mai per persa. Dobbiamo continuare
a disseminare liberamente le nostre idee, senza
lasciarci intimidire da quelle che sembrano essere
le tendenze dominanti in Europa.


- gran parte delle considerazioni e dei concetti
importanti da ricordare e ribadire, si rifanno ad
una nutrita schiera di autorevoli pensatori,
osservatori, personalità della cultura. Facciamo
in modo che si diffondano

 
TROPPI NON SANNO, NON VOGLIONO SAPERE,
NON VOGLIONO CHE SI SAPPIA

CINA 2005



- l'ignoranza della Storia è decisamente una delle
caratteristiche più negative dell'uomo moderno


"Chi controlla il passato, controlla il presente."
GEORGE ORWELL


- THOSE WHO CANNOT REMEMBER THE PAST ARE
CONDEMNED TO REPEAT IT.
                                                           
   
 11 Settembre 2001

- la vita è breve, la conoscenza infinita e nessuno
ha tempo per tutto. Riassumere dunque è un male
necessario e compito del riassuntore è fare bene
un lavoro che è pur sempre meglio che niente


"UNA SOCIETA' CHE DIMENTICA IL PROPRIO PASSATO
E' ESPOSTA AL RISCHIO DI NON RIUSCIRE A FAR
FRONTE AL PROPRIO PRESENTE E, PEGGIO ANCORA,
DI DIVENTARE VITTIMA DEL PROPRIO FUTURO."
Giovanni Paolo II - 7 novembre 2003


"Il tema della libertà e
delle forze ad essa ostili è immenso".
ALDOUS HUXLEY


"E' RARO CHE LA LIBERTA' DI QUALSIASI TIPO SI
PERDA TUTTA IN UNA VOLTA".
DAVID HUME


"Una delle ragioni
per cui le ideologie totalitarie hanno conosciuto
un successo di proporzioni così considerevoli
risiede nel fatto che troppi paesi democratici
sono stati incapaci di comprenderle.
Dobbiamo studiare e far capire i vari modi in cui
esse, o le loro varianti, hanno influenzato la nostra
atmosfera intellettuale, cosa che in parte accade
a causa di equivoci determinati da quella che
Dostoevskij chiamava la sudditanza per le idee
avanzate."
ROBERT CONQUEST


"Gli ideali sopravvivono attraverso il cambiamento.
E muoiono quando di fronte alle sfide prevale 
l'inerzia.
TONY BLAIR



Primo, uniremo la comunità delle democrazie per
costruire un sistema internazionale che si basi su
valori condivisi e sullo Stato di diritto.
Secondo, rafforzeremo la comunità delle
democrazie per combattere le minacce alla nostra
sicurezza e alleviare l'assenza di speranza che
alimenta il terrorismo.
Terzo, diffonderemo la libertà e la democrazia
nel mondo.
CONDOLEEZZA RICE, 18 gennaio 2005


"Noi sappiamo perché le altre civiltà sono 
scomparse: per eccesso di benessere e 
ricchezza e per mancanza di moralità e spiritualità.
Nel momento stesso in cui rinunci ai tuoi principi
e ai tuoi valori, in cui deridi questi principi e questi
valori, tu sei morto, la tua cultura è morta e la tua
civiltà è morta. Punto e a capo."
ORIANA FALLACI - 24.06.05 - Profeta del declino


 
- " Il liberale ama la tolleranza e la libertà.
Il suo amore per la tolleranza è la necessaria
conseguenza della convinzione di essere uomini
fallibili.
Tuttavia, egli è
tollerante con i tolleranti, ma
intollerante con gli intolleranti.
La tolleranza, al pari della libertà, non può
essere illimitata, altrimenti si autodistrugge.
Infatti, la tolleranza illimitata porta alla
scomparsa della tolleranza.
Se estendiamo l'illimitata tolleranza anche
a coloro che sono intolleranti, se non siamo
disposti a difendere una società tollerante
contro l'attacco degli intolleranti, allora i
tolleranti saranno distrutti e la tolleranza
con essi.
KARL POPPER


"Oggi le cose sono chiare, e se una cosa è da campo
di concentramento, dobbiamo chiamarla con questo
nome, anche se si tratta di socialismo"

"Il pensiero della totalità è un pensiero, è una ideo-
logia o un mito ...si mette in guerra permanente
contro ciò che nell'umanità è umano. Il totalitarismo
è il progresso della storia verso la zoologia, verso il
nulla dell'uomo."

Albert Camus


 
  1 Settembre 2004


  7 luglio 2005

   

  9 novembre 2005



Importante!!
Nonostante l'attenzione da me usata,
se ritieni che contenuti, testo o
immagini, di queste pagine ledano la
normativa sul diritto d'autore, ti prego
di contattarmi e provvederò a
rimuovere immediatamente le parti
contestate.



- Per difendere la nostra democrazia
dobbiamo sostenere, promuovere, favorire
la democrazia degli altri popoli e
preoccuparci degli arretramenti che si
dovessero verificare. Non possiamo
permettere che la democrazia venga
messa in pericolo nei paesi anche
lontani dal nostro.

- La mancanza di chiarezza morale è il motivo
per cui chi vive in società libere non sa
distinguere tra fondamentalisti religiosi degli
Stati democratici e terroristi religiosi degli
Stati fondamentalisti. E' la ragione per cui chi
vive in queste società può arrivare a
considerare nemici i suoi concittadini e
amici i dittatori stranieri.
NATAN SHARANSKY

- La democrazia presuppone a proprio
fondamento i valori della persona,
della dignità, dell'uguaglianza, del rispetto;
togliete valore a questi valori e avrete
tolto la democrazia.


- In una società libera la verità, per
affermarsi,
non può e non deve cercare
altro mezzo che la forza della convinzione
,
una convinzione, peraltro, che, nella
molteplicità di impressioni e di esigenze
che incalzano l'uomo, si forma solo
faticosamente.


"Ognuno può facilmente convincersi di
quanto questo impasto di timidezza, prudenza,
convenienza, ritrosia, timore, sia penetrato
nelle fibre dell'Occidente riflettendo su un
sintomo che lo rivela. Si tratta della forma
di autocensura e autorepressione che si
nasconde sotto le vesti di quello che si
chiama solitamente "linguaggio politicamente
corretto", il quale è una sorta di "neolingua"
che l'Occidente oggi usa per ammiccare,
alludere, insinuare, ma non per dire o
affermare o sostenere.
.....
In giro per il mondo ci sono tante
preoccupazioni, ma c'è anche tanta ipocrisia.
Di chi non vuol vedere né dire, per non
essere coinvolto; di chi vede e non dice, per
non sembrare sgarbato; di chi dice a metà e
chiede complicità sul resto, per non
assumersi troppe responsabilità".
MARCELLO PERA



diritti umani a Cuba 
                      

Archivio Vladimir Bukovsky


AUSCHWITZ - BIRKENAU 

"La colpa di tutte le persone di sinistra dal 1933
in avanti è di aver voluto essere antifasciste
senza essere antitotalitarie".
GEORGE ORWELL

Le nuove generazioni sono nate dalla grande
dimenticanza che i comunisti hanno imposto
alla memoria italiana.


LES TOTALITARISMES UTILISENT L'IGNORANCE
POUR VOUS ASSERVIR.
L'ANTIDOTE AU MENSONGE: LA LECTURE!!!



"Bisogna imparare a rispettare il diritto dell'uomo
più squallido, più disgustoso, a vivere come vuole.
Bisogna rifiutare una volta per sempre la fede
criminosa nella rieducazione di tutti a propria
immagine. Bisogna capire che senza violenza è
possibile creare soltanto un'uguaglianza di
possibilità, ma non un'uguaglianza di risultati.
Solo al cimitero gli uomini raggiungono l'assoluta
uguaglianza, e se volete trasformare il vostro
paese in un gigantesco cimitero, allora fatevi
socialisti."
VLADIMIR BUKOVSKIJ
(da: "Il vento va, e poi ritorna" - ed. Feltrinelli 1978)


  UNGHERIA 1956


  CECOSLOVACCHIA 1968


  POLONIA 1980



  CINA 1989


   BERLINO 1989

    ROMANIA 1989

    MOSCA 1991

DA LEGGERE E RILEGGERE:

-
Conoscere il comunismo (Jean Daujat)
- Perché non possiamo non dirci anticomunisti
- Il problema è l'utopia
- Da Rousseau a Marx: storia liberticida
- Il marxismo è un errore atroce
- Umano e antiumano
- Il solito comunismo
- La notte della storia
- L'interpretazione di F. Furet
- Libertà e verità
- Libertà cristiana e liberazione
- Sulla teologia della liberazione
Cristianesimo e marxismo: una convergenza 
   impossibile
Il rapporto segreto che demolì lo stalinismo
I libri di ABES
Link a siti interessanti
Consiglio d'Europa doc. 7568/1996
Consiglio d'Europa ris. 1096/1996
Consiglio d'Europa doc. 10765/2005
Consiglio d'Europa ris. 1481/2006
Cosa leggere sui gulag
Gulag in Romania
Silenzio sul gulag
Metamorfosi del socialcomunismo
Il dossier Mitrokhin
Commissione Mitrokhin
Relazione maggioranza su dossier Mitrokhin
Relazione minoranza su dossier Mitrokhin
Lo stalinismo e la sinistra italiana
Compagni alla forca
La strage di Schio
I crimini del comunismo 1
I crimini del comunismo 2
I crimini del comunismo 3
Il paradiso sovietico
Storia del Gulag
Come nasce e muore lo Stato comunista
Il Totalitarismo
Il mito della resistenza comunista
Resistenza e miti da sfatare
Sui lager sovietici
La strage di Siroki Brijeg
La rivoluzione ungherese
Una rivoluzione antitotalitaria
Holodomor: the great famine
Propaganda Germania est
Il triangolo della morte
Reduci alla sbarra
The nine commentaries on the CCP
Il vero partito azienda
Il partito è un "essere"
La svolta di Chruscev
Contro Castro e Guevara
Comunismo cubano
Il vero Che
Verità vs mitologia
Oltre il mito
I gay a Cuba
Il Che non studiò a Parigi
Horror picture show
Il logo del rivoluzionario
I cattocomunisti
- Diliberto e Cuba
- Red holocaust
- Necropolis
- Perchè il marxismo morì
- Il mito - resistenza
- Dalla tomba della Storia
- Il cimitero di Lavashovo
- Levashovo memorial
- Il massacro degli alpini
- Budapest 1956_video
- La rivoluzione ungherese
- Dieci anni di illusioni
- Testimoni e martiri
- Necropolis gulag
- Veltroni e Pol Pot
- Le radici della violenza
- Apologia del comunismo
- L'Occidente e gli altri
- Why I became a conservative
- Crimes of soviet communists
- Museum of communism

- Communism
- Geografia dell'arcipelago

- L'ombra del KGB sull'Europa
- Comunismo e fascismo
- Cultura comunista
- Intolleranza stalinista

- Critiche al comunismo
- Nel nome di Marx
- Dal sogno all'incubo
- Good by Lenin
- Nove commentari sul PCC
- La memoria del bene

- Afganistan
- 4.6.1989: il massacro di Tien an men
- Soviet days
- Il costo umano del comunismo
- Orrore e utopia del novecento
- Gulag era in pictures
- Soviet exibit - gulag
- Open Society Archives
- Gulag history
- Forced Labor Camp
- Revelation from the Russian Archives
- Gulag falce e martello
- Harry Wu
- Wikipedia - gulag
- La storiografia comunista dopo 1989
- Fine del muro di Berlino 1989



Non c'è un paese in cui sia stato instaurato
un regime comunista ove non si sia imposto
un sistema di terrore.
NORBERTO BOBBIO



...c'è qualcosa di peggio della malafede.
C'è un riflesso autoritario che ho incontrato
spesso nei politici e nei militanti della sinistra
che si ritiene la più dura e la più pura, ma che
è soltanto la più ottusa. E' un istinto che scatta
quando sentono o leggono qualcosa che non
gli piace. Sanno che la cosa è vera, ma in quel
momento non fa il loro gioco, non giova alla
loro chiesa politica o ideologica. Allora
dichiarano che è falsa. E che il giornalista o lo
scrittore che l'afferma è un falsario.
GIANPAOLO PANSA


Le ideologie ormai contano poco. Sono
crollate come birilli negli anni '80. Nel
grande magazzino del passato ognuno trova
o troverà, secondo la tradizione nazionale, i
propri punti di riferimento, i propri valori, i
costumi dei grandi personaggi che pensa di
indossare o di poter indossare o ritagliare
sugli altri. I riferimenti dottrinari sono e
saranno sempre più rari.
Peseranno le persone.

 
It is not because things are difficult
that we do not dare; it is because we
do not dare that things are difficult.
SENECA


Il vero problema di una democrazia
è che nessun potere divenga
irresponsabile e impunibile.
Che esistano, per ogni potere,
efficaci strumenti di controllo e che
essi risiedano, in ultima istanza,
nella sovranità del popolo.



I totalitarismi pretendevano di poter realizzare
in terra ciò che atteneva al cielo. Ma gli angeli
del loro cielo furono le polizie di Stato, gli
stermini di massa, i lager, i gulag. Tanto che
ancora oggi le persone più ragionevoli
continuano a domandarsi come sia stato
possibile che in tanti abbiano potuto credere
a quel cielo. E se quegli angeli maledetti possano
ancora tornare tra di noi.


GLI INTELLETTUALI FILOTIRANNICI
" Che cosa può avere indotto pensatori e
scrittori a giustificare le azioni di tiranni
moderni o, ancora più frequentemente, a
negare qualsiasi differenza sostanziale
tra una tirannia e le società libere
dell'Occidente? Regimi fascisti e comunisti
sono stati accolti a braccia aperte da molti
intellettuali occidentali per tutto il ventesimo
secolo, così come innumerevoli movimenti
di "liberazione nazionale" che divennero
immediatamente tirannie tradizionali
arrecando miseria a popolazioni sfortunate
in tutto il mondo. Nel ventesimo secolo la
democrazia liberale occidentale è stata
presentata in termini diabolici come la vera
sede della tirannia .... Come funzionano le
menti di questi intellettuali?"
Mark Lilla - The Reckless Mind. Intellectuals
in Politics - N.Y. R.B. 2001 - traduzione di
Victor Zaslavsky


"I beni si disprezzano quando si possiedono
sicuramente, e si apprezzano quando sono
perduti o si corre il pericolo di perderli."
Giacomo Leopardi


"Considero empia e detestabile la massima che
in politica la maggioranza di un popolo ha il diritto
di fare tutto; e tuttavia ritengo che l'origine del
potere sia da porre nella volontà della maggioranza."
Alexis de Tocqueville


L'eredità storica dello stalinismo sulla cultura politica
della sinistra italiana "si rivela in tre caratteristiche
interconnesse e interdipendenti:
- La debolezza del riformismo e la mancanza di un
progetto riformista realistico e realizzabile;
- la comunicazione e la competizione politica basate
sulla delegittimazione dell'avversario e condotte in
maniera antidemocratica, cioè senza sentire l'obbligo
di presentare soluzioni alternative;
- l'antiamericanismo come base di costruzione
dell'identità politica.
Individuare e analizzare le radici nazionali, i percorsi
storici e le tappe della cristallizzazione di questa
cultura politica diventa la condizione necessaria per
liberare la coscienza dai miti e dagli inganni dello
stalinismo."
VICTOR  ZASLAVSKY 



L'immagine della statua della libertà riprodotta
ad inizio pagina è tratta dal
sito di Viggiù.

  Bottomline profile





The world isn't perfect,
the thruth is usually in the middle,
and things are rarely
as simple as they seem.


Tutti gli imperi e tutti i regni sono
crollati, per questa intrinseca e costante
debolezza, che furono fondati da uomini
forti su uomini forti. Ma quest'unica cosa,
la storica Chiesa cristiana, fu fondata su
un uomo debole, e per questo motivo è
indistruttibile. Poiché nessuna catena è
più forte del suo anello più debole.
G.K.CHESTERTON


Ciò che io ho visto, un uomo non
dovrebbe nè vedere nè sapere.
Ma se lo ha visto, sarebbe meglio
che morisse in fretta.
VARLAV SALAMOV, Racconti di Kolyma


CURRY THE BATTLE TO THEM. DON'T LET
THEM TO BRING IT TO YOU. PUT THEM ON
THE DEFENSIVE AND DON'T EVER APOLOGIZE
FOR ANITHING.
HARRY S. TRUMAN


REPETITION DOES NOT TRANSFORM A LIE
INTO A TRUTH.
Franklin D. Roosevelt



















 


20 aprile 2008

I gendarmi della memoria

 Loro si sentono gli unici custodi del solo racconto autorizzato e legittimo del conflitto interno che insanguinò l’Italia fra l’autunno del 1943 e l’aprile 1945. L’incarico se lo sono dati da soli, sin dalla fine della guerra. E, ancora oggi, insieme ai loro eredi, continuano a comportarsi con la stessa arrogante sicumera di allora. Chi non accetta la versione sacrale della Resistenza è considerato un nemico da battere. La spiegazione è semplice: il racconto imparziale e completo di quella guerra mette in difficoltà l’antenato dei Guardiani, il vecchio Partito Comunista Italiano. E sfata le leggende che hanno sempre avvolto la sua storia. E’ indubbio che senza il Pci non ci sarebbe stata nessuna guerra partigiana. Ma con il Pci la guerra di liberazione è diventata anche una guerra rivoluzionaria, per la conquista del potere in Italia (da parte dei comunisti secondo la strategia sovietica). E questo progetto eversivo ha autorizzato una serie di errori, di menzogne, di intrighi, di soprusi, di delitti e di misteri: tutta robaccia occultata da una storiografia succube degli interessi di quel partito. Nessuna storia mutilata resiste all’esame più spietato: quello del tempo che passa e delle generazioni che si susseguono. (da Gianpaolo Pansa)




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12 novembre 2006

Le nuove guardie rosse

 Chi voleva zittire Giampaolo Pansa sembra aver raggiunto il suo scopo: la Digos di Milano, memore di quel che accadde alcuni giorni fa a Reggio Emilia, e probabilmente informata di altri piani bellicosi, ha invitato lo scrittore e giornalista a rinunciare alla prossima presentazione del suo libro "La Grande Bugia", programmata per il 22 novembre a Piacenza. Non sappiamo se Pansa accoglierà l'invito degli agenti o se, viceversa, accetterà la sfida degli estremisti, con tutti i rischi che ne derivano. Sappiamo però alcune altre cose.

La prima è che la Digos ha semplicemente fatto il proprio dovere, cercando di prevenire incidenti più che probabili. La seconda è che sarebbe quanto mai ipocrita attribuire all'iniziativa di alcune teste calde questo clima di intolleranza, anzi di odio, che s'è creato attorno a Pansa. I violenti che fanno irruzione nei locali dove Pansa presenta i suoi libri, e quelli che lo insultano e lo minacciano via Internet, trovano ampie complicità tra giornalisti e storici illustri, stimati e riveriti. Giornalisti e storici che non si limitano a criticare l'opera di Pansa, il che sarebbe ovviamente più che legittimo: ma che dicono a chiare lettere che chi scrive libri del genere andrebbe messo in galera; che non solo lui, ma anche i suoi lettori, andrebbero messi al bando. Chi compra i libri di Pansa ha scritto uno storico perbene su un grande giornale perbene, è un ignavo, un ignorante che legge la saggistica come fa lo zapping con la tv. Sono complicità morali, s'intende: non materiali. Ma pur sempre complicità, che non danno poi il diritto di stupirsi se qualcuno passa alle vie di fatto(Libero)




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12 novembre 2006

Le conferenze di pace erano una specialità dell'Unione Sovietica

 Dopo avere dato l'impressione che l'Italia volesse scappare dall'Afghanistan, parlando in un'intervista di «ripensamento» della missione, D'Alema è volato a Kabul per rassicurare il presidente afghano Karzai. Non si ritirerà nessuna truppa, ha precisato, ma si organizzerà una «conferenza di pace» fra le parti interessate. A D'Alema hanno insegnato fin da ragazzino, nelle scuole di partito comuniste, che quando non si sa bene cosa fare si può sempre convocare una «conferenza di pace». Era una specialità dell'Unione Sovietica: non solo si scattavano delle bellissime fotografie ma si potevano sempre denunciare gli americani, renitenti a partecipare a quelle che consideravano perdite di tempo inutili, come imperialisti guerrafondai. Karzai, naturalmente, per cui i soldati italiani sono indispensabili, ha abbozzato e ringraziato.

Quella di D'Alema è una magnifica idea. Manca solo un piccolo pezzo. Per riunire tutte le «parti interessate» bisogna invitare Bin Laden e il mullah Omar. Per tre buone ragioni. Perché il Waziristan, dove sembra proprio che stiano, non è troppo lontano dall'Afghanistan e non si rischia di disturbali troppo (sono persone che, quando si sentono disturbate, tendono a reagire con una certa vivacità, come hanno fatto da poco sapere alla Casa Bianca). Perché neppure una commissione composta da Michael Moore, Diliberto e Bertinotti negherebbe che Al Qaida fosse massicciamente presente in Afghanistan quando cominciò, con tutti i timbri e i bolli dell'Onu, la guerra che rovesciò i Talebani. E perché nelle regioni montagnose più difficili da controllare del paese Al Qaida c'è ancora. Anzi, c'è sempre di più ed è grazie ai terroristi accorsi da tutto il mondo sotto le bandiere di Bin Laden che i Talebani si sono riorganizzati e controllano di fatto intere zone del Paese, d'interesse non solo strategico ma anche economico perché lì si coltiva l'oppio che, spacciato sotto forma di eroina agli infedeli, finanzia tutto il terrorismo islamico internazionale. La verità è che bisogna davvero «ripensare» la missione internazionale in Afghanistan. Nel senso che bisogna aumentare, forse di molto, il numero dei soldati occidentali presenti, e cambiare le regole d'ingaggio perché soldati che non sparano e non attaccano vanno bene per mantenere l'ordine pubblico nel Kosovo - forse non a Napoli, dove infatti il nostro governo non li manda - ma certamente non nelle zone dove imperversano le feroci bande di Al Qaida, dei Talebani e dei signori della droga. Per l'Afghanistan non vale nemmeno l'alibi che «l'Onu non vuole». L'Onu, per una volta, vuole, e le sue agenzie che si occupano di droga considerano lo scioglimento del nodo fra oppio e terrorismo in Afghanistan la loro priorità numero uno. Solo che D'Alema non può prendere impegni per l'Italia. Può solo dire una cosa oggi e smentirla domani, temporeggiare e rimandare con le «conferenze di pace», cercare - ma invano - di evitare figuracce internazionali. Perché se dice sì all'Onu e garantisce un impegno militare continuo nel tempo e rafforzato, in Italia lo aspettano non per seguirlo ma per inseguirlo con il bastone della minaccia di caduta del governo Verdi, Comunisti Italiani e Rifondazione. Gli afghani saranno anche montanari, ma perfino loro hanno capito che qualunque dichiarazione di questo governo italiano vale al massimo per ventiquattr'ore e non si può prendere in nessun modo sul serio. Se ne sono ormai resi conto anche gli americani. Quanto agli italiani, lo sanno dal primo giorno di governo Prodi. (Massimo Introvigne, da Il Giornale)




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11 novembre 2006

12 novembre 2006: la memoria negata

Mercoledi 12 novembre 2003 alle 10,40 (ora di Bagdad) le 8,40 italiane, la sede dei carabinieri a Nassiria è stata distrutta. Prima un camion cisterna e poi un auto hanno forzato il posto di blocco e si sono diretti contro l'edificio che una volta ospitava la camera di commercio della città per poi saltare in aria. Sui due veicoli c'erano quattro kamikaze e bordo avevano tra i 150 ed i 300 chili di esplosivo. 19 le vittime italiane.

C’è solo un modo per ricordare il loro sacrificio, nonostante il comportamento disonorevole dell’attuale governo italiano: ricordare a tutti noi che

SE CI PIEGASSIMO ALLA PAURA SAREBBE LA FINE PER TUTTI

“E’ il sentimento della paura la vera arma degli integralisti, dei terroristi, degli estremisti di ogni risma. La nostra paura di essere presi di mira, diffamati, minacciati, ricattati, giudicati, condannati, sequestrati, torturati, sgozzati, decapitati, fatti esplodere in un attentato, privati per sempre dell’affetto e della vita dei nostri cari. La nostra paura del nichilismo, dell’ideologismo, dello sfascismo, del menefreghismo, del buonismo, del catastrofismo, dell’ipergarantismo double face che rispetta alla lettera la legge e favorisce in tutto i nemici della stessa legge. Ma se ci piegassimo al sentimento della paura qui in Italia, in Europa, in Occidente, nel mondo libero, negli stessi paesi musulmani, allora sarebbe la fine per tutti, vorrebbe dire che i burattinai del terrorismo hanno trionfato. Dobbiamo prendere atto che loro hanno scatenato una guerra, di natura aggressiva, non reattiva, una guerra premeditata, finanziata, pianificata contro la nostra vita e la nostra civiltà umana. Che potremo vincerla soltanto se disporremo non solo della forza delle armi ma soprattutto della legittimità ideale e della capacità di persuasione morale. Noi, cittadini e paladini di un mondo libero, abbiamo un imperativo etico, prima ancora della necessità politica, di vincere la paura. Come esseri umani che anelano istintivamente, sentimentalmente e razionalmente alla vita, non abbiamo altra scelta che vincere la paura.” Magdi Allam, Vincere la paura, editrice Mondadori 2005




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10 novembre 2006

Per D'Alema ci sono terroristi buoni e terroristi cattivi

Dichiarazione estratta dall'intervista rilasciata dal nostro Ministro degli Esteri D'Alema al quotidiano egiziano Al Ahram.

“Credo che occorra essere attenti utilizzando termini risonanti come estremismo e terrorismo, in quanto rischiamo di confondere fenomeni ben diversi. Stiamo, soprattutto nel mondo arabo ed islamico, riscontrando un pericolo. Il terrorismo integralista basato sull'integralismo religioso costituisce oggi un grande pericolo. Si tratta di una cosa diversa dalla violenza che nasce dai movimenti nazionali di liberazione. Abbiamo conosciuto anche nel passato l'utilizzo della violenza e del terrorismo da parte di movimenti nazionali di liberazione. Pero` la violenza che trae origine da motivazioni nazionali e che mira alla liberta` e` una violenza collegata ad un fine, e quest'ultimo non e` distruggere l'altro. Ad esempio, il combattimento armato in Algeria e il combattimento dei palestinesi per istituire uno Stato autonomo hanno un fine. L'integralismo invece e` tutta un'altra cosa, poiché il suo fine e` eliminare l'altro diverso da noi per religione e per etnia. Quindi esiste una carica totalitaria nella violenza integralista che la rende un nemico mortale. Con chi mette le bombe, perche' si adopera per ottenere l'autonomia, potrei ad un certo punto negoziare. Ma con chi desidera uccidermi, perché non sono musulmano oppure perché penso in una maniera diversa dalla sua, non c'e` possibilita` di negoziare. Esso e` un nemico mortale. Credo che occorra isolare l'integralismo che costituisce un pericolo mortale per il mondo arabo, in quanto grande ostacolo che impedisce lo sviluppo moderno del mondo islamico, nonché un pericolo per l'intera umanita`. A mio avviso, l'errore sta nel permettere all'integralismo di possedere la bandiera di difendere la questione araba. Questo e` l'errore commesso dall'Occidente. Percio` penso che il metodo ideale per rispondere all'attacco terroristico non sia invadere l'Iraq, ma stabilire la pace in Palestina. Questa reazione e` stata fatale perche' ha consentito a queste forze retrograde di presentarsi come titolari della bandiera di difesa della questione nazionale. L'integralismo va combattuto con le leggi, con la forza e anche con la politica. Il compito della politica e` quello di isolare questo nemico nello spirito della gente. Cio` che suscita la nostra preoccupazione e` che le piazze arabe vedono qualche volta l'integralista non come nemico, ma come chi sostiene di difendere la dignita` del mondo islamico. Questa e` la nostra preoccupazione. Si tratta di un problema politico che non si risolve con la forza ma con la politica. Combattere il terrorismo quindi ha una dimensione che riguarda il legittimo utilizzo della forza ed anche un'altra dimensione politica e culturale, che e' stata trascurata negli ultimi anni. Il risultato di tutto cio' e` stato che il terrorismo e l'integralismo hanno consolidato la loro forza e non l'hanno ridotta”.

A mio parere, ritengo che l'atto terroristico consista nell'avere intenzionalmente e senza distinzione come bersaglio i civili al fine di spargere sangue. Penso che cio` si applichi ai gruppi terroristici analogamente alle azioni dei singoli Stati. Questo e` un grande problema che va seriamente discusso nel quadro della coraggiosa revisione delle norme di diritto internazionale. Non esiste il minimo dubbio che avere intenzionalmente e senza distinzione come bersaglio i civili non possa essere descritto quale un legittimo diritto di autodifesa”.




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9 novembre 2006

Berlino 9 novembre 1989: il crollo del Muro, la fine dell’Impero Comunista



LINK:

http://www.berlin-wall.net/

http://www.dieberlinermauer.de/berlinwallhome/berlinwallhome.html

http://www.panorama-cities.net/berlin/berlin_wall.html

http://www.dewitt.photographer.org.uk/

http://www.dailysoft.com/berlinwall/

http://www.andreas.com/berlin.html

http://www.cs.utah.edu/~hatch/berlin_wall.html

http://www.newseum.org/berlinwall/

http://www.dieberlinermauer.de/kontakt1024/linksberlinwall/linksberlinwall.html

http://www.cnn.com/SPECIALS/cold.war/episodes/09/




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7 novembre 2006

Erich Lessing, il fotografo della rivoluzione ungherese

Ci sono tre modi per partecipare a una rivoluzione: essere dalla parte degli insorti, da quella del governo oppure essere da quella dei testimoni. Erich Lessing, classe 1923, è stato uno dei più preziosi testimoni di quella avvenuta cinquant'anni fa a Budapest. Faceva il fotografo per la grande Agenzia Magnum e le sue immagini sono comparse su riviste come Life, Paris Match, Epoca e Quick Magazine. Molti lo considerano il fotografo della Guerra Fredda per aver immortalato il dramma della Germania dell'Est, della Polonia, della Cecoslovacchia e, appunto, dell'Ungheria durante quei maledetti anni. In quell'autunno del 1956 si trovò, anche lui, per le strade di Budapest tra le raffiche dei mitra ungheresi e i colpi dei carri armati russi. Fu un evento unico, difficile allora da digerire per chi vedeva nell'Unione Sovietica l'unico faro del progresso. I partiti comunisti europei, in prima fila quello italiano, si schierarono con Mosca bollando gli insorti come controrivoluzionari. Non si accorsero di quel che stava accadendo: il primo atto della fine del loro sogno. Sogno che, già in quell'anno, gli ungheresi percepivano come un incubo. “Mi rendo conto di aver assistito a un evento unico. Era la prima volta che si verificava una vera e propria rivoluzione che nasceva spontaneamente dal popolo, senza che ci fosse qualcuno che la conducesse. Focolai di rivolta nacquero in tutto il paese in modo assolutamente spontaneo. E fu anche il primo atto della caduta del Muro di Berlino e la prima avvisaglia che l'Unione Sovietica era destinata a fallire. Gorbaciov arrivò decenni dopo, ma tutto era già contenuto nei fatti di Budapest nel 1956. Fu l'inizio della fine.” (tempi)




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5 novembre 2006

Cossutta non si pente

Venendo ai nostri giorni, non si può ignorare l'intervista che Armando Cossutta ha rilasciato a Bruno Gravagnuolo su L'Unità di mercoledì 20 settembre 2006 sui suoi fedeli e stretti rapporti, al pari di quelli dell'intera dirigenza del Pci, con l'Unione Sovietica. Il giornalista chiede: «Deduco che anche sulla questione ungherese non recedi né ti penti come Ingrao, Napolitano e Bertinotti? Giusti i carri armati?». Cossutta risponde: «Dibattito che non mi appassiona. Allora ero giovane e da dirigente milanese condivisi la linea del partito. Un errore l'intervento sovietico? Certo. Ma a sbagliare furono per primi i comunisti ungheresi. Errori drammatici, ben illustrati dalla famosa intervista di Togliatti a Nuovi Argomenti: una concezione burocratica, personalistica e autoritaria del potere. Ma una volta degenerate le cose, l'epilogo fu inevitabile. E il Pci non poté che prendere quella posizione, in quel mondo di allora e fatto a quel modo». Il giornalista continua: «Il Pci poteva scegliere almeno una linea titoista, di comunismo nazionale?». Cossutta risponde: «Esempio sbagliato. Tito si guardò bene dal condannare l'invasione ungherese».
Cossutta dunque imputa ai comunisti ungheresi e alla loro gestione del potere, personalistica e burocratica, la colpa di quanto accadde. Dimentica però che i comunisti ungheresi erano personaggi come Matyas Rakosi - rinomato per essere uno dei migliori discepoli di Stalin così come Togliatti - la cui gestione del potere era altrettanto burocratica, personalistica e autoritaria di quella di Stalin. Cossutta spiega la posizione assunta a quel tempo con l'essere, all'epoca dei fatti, un giovane dirigente comunista, ma ciò in realtà non lo giustifica, solo che si consideri che egli si allineò ad una decisione presa non dai giovani, ma dagli anziani del Pci, legati a doppio filo con Mosca. Insomma, come dire: a mali estremi, estremi rimedi, ma il male estremo questa volta era la libertà di una Nazione. Tuttavia Cossutta ammette qualcosa di vero: il Pci non poteva abbandonarsi ad una posizione titoista di comunismo nazionale, poiché quella posizione era stata condannata in passato dallo stesso Pci, e perché in sostanza era ciò che chiedeva Imre Nagy.
(Aldo Vitale – Ragionpolitica)




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5 novembre 2006

Dopo la calunnia, la beffa

Il rapporto fra la sinistra italiana e la rivoluzione ungherese può, in sostanza, essere distinto in due fasi: quella della calunnia, contemporanea allo svolgimento dei fatti nel 1956, e quella della beffa, che si sta vivendo in questi giorni in cui si commemorano il dolore, la morte e la sofferenza di allora. E’ sufficiente considerare le figure di Palmiro Togliatti e Armando Cossutta.
All'epoca dei fatti
Palmiro Togliatti era segretario del Pci ed aveva disapprovato fin dall'inizio l'opera di destalinizzazione che Kruscev aveva avviato, proprio perché era stato segretario di Stalin per parecchi anni, e allo spietato dittatore georgiano doveva tutto ciò che era, soprattutto nell'ambito del comunismo internazionale ed ancor di più di quello italiano. Allo scoppio della rivoluzione ungherese Togliatti scrisse di proprio pugno una lettera indirizzata a Mosca, in cui si sollecitava il Comitato Centrale del Pcus a prendere provvedimenti contro l'Ungheria. Togliatti aggredì pubblicamente il popolo ungherese in rivolta contro il tiranno sovietico, accusandolo di essere pilotato dalla «reazione fascista» e di favorire l'indebolimento del blocco socialista in favore dell'imperialismo capitalista di marca occidentale. Lo storico Federigo Argentieri riporta espressamente le tre principali tesi di Togliatti sulla vicenda ungherese: «E' un fatto - sosteneva il segretario del Pci - l'appello continuo alla rivolta lanciato al popolo ungherese per anni di seguito, con tutti i mezzi possibili, e con particolare intensità alla vigilia degli avvenimenti, e nel corso di essi trasformatosi nella concreta direttiva per atti insurrezionali e di banditismo. E' un fatto - proseguiva Togliatti - la presenza di gruppi armati e di un preciso piano insurrezionale. E' un fatto - sosteneva il dirigente comunista - il successivo venire alla luce, nell'assenza di qualsiasi forza dirigente popolare, di una direzione reazionaria, che fa appello all'intervento armato degli imperialisti, mentre organizza il terrore bianco e prepara l'avvento di un regime fascista». Lo stile della più genuina mistificazione di stampo stalinista è evidente; Budapest si armò solo dopo il primo intervento militare sovietico; l'Occidente era del tutto all'oscuro della vicenda e quando le notizie trapelarono ne fu assolutamente estraneo e cinicamente indifferente; l'imperialismo non era quello dell'Occidente capitalista, ma quello dell'Oriente socialista. Togliatti si dimostrò il miglior discepolo di Stalin, il più fedele alleato di Mosca, il più infido e strisciante servitore dell'oppressione totalitaria del socialismo reale contro cui si sollevarono popoli interi. (Aldo Vitale – Ragionpolitica)




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10 agosto 2006

UMAP: Unità Militari di Aiuto alla Produzione

Cosa sono le Umap? Lo scrittore Mario Vargas Llosa, non sospettabile di simpatie per la destra, lo ha detto chiaramente: «Nelle società comuniste la discriminazione e la persecuzione degli omosessuali furono tanto feroci quanto nella Germania nazista. Fidel Castro per esempio creò le Umap, Unità militari di aiuto alla produzione, campi di concentramento dove erano rinchiusi gli omosessuali assieme a criminali e dissidenti politici». Jean-Paul Sartre, neanche lui con simpatia a destra, una volta disse che gli omosessuali sono gli ebrei di Castro. Però, per il presidente della Camera Fausto Bertinotti «Fidel è un protagonista insostituibile».

Jesùs Dìaz, esule cubano, pochi mesi prima di morire, ha scritto in coda a Una càrcel rodeada de agua: «L'Arcipelago gulag cubano non ha neanche un nome; i suoi superstiti e le migliaia di prigionieri che ancor oggi abitano questo inferno non hanno neppure conquistato un vero spazio nella coscienza internazionale». Il dovere del presidente della Camera italiano non è quello di nascondere i gulag di Fidel Castro, ma quello di rivelarli. Se lo ignora, gli segnaliamo una edificante lettura: il libro di Félix Luis Viera, passato attraverso le Umap, Il lavoro vi farà uomini, edito in Italia da Cargo. Con poesia Viera testimonia l'intolleranza che ha segnato la società cubana: è un romanzo verità, ancora all'indice, dedicato «a tutti gli omosessuali e le checche» rinchiusi nei gulag di Fidel. I campi di concentramento cubani furono realizzati, come ricorda Guido Vitiello nella postfazione al libro di Viera, tra il 1964 e il 1965, per lo più nella provincia centrorientale di Camaguey e vi sono passate decine di migliaia di giovani cubani.

Norberto Fuentes, ex castrista «non pentito», una volta ha descritto le Umap: «Campi di concentramento non è qui una figura metaforica per ingiuriare il castrismo. Campo di concentramento è un terreno circondato da filo spinato elettrificato, con torrette di guardia, riflettori e cani, dove centinaia di schiavi affamati stanno ammucchiati nelle loro baracche». La funzione delle Umap fu chiarita dallo stesso Líder Máximo nel 1966: «fare in modo che questi giovani modifichino la loro attitudine, educandosi, formandosi, salvandosi». Un piano di rieducazione attraverso il lavoro, nella più schietta tradizione staliniana. Omosessuali, capelloni, bohémiens, rockettari, «parassiti» improduttivi, seminaristi cattolici, protestanti, testimoni di Geova, avventisti del settimo giorno, santeros e chiunque non andasse troppo a genio a Castro e al suo regime: tutti nell'inferno dell'Umap. Gli omosessuali, tra le vittime ignote del regime di Castro, sono quelle più note. Perché, entro certi limiti, l'ossessione anti-maricas del comunismo cubano è stata portata alla luce.

All'ingresso dei campi di concentramento c'era l'enorme scritta: El trabajo os harà hombres, «Il lavoro vi farà uomini». La Revoluciòn «è coperta da una irsuta cappa di maschilismo» scrive Montaner.

 

Castro, in tempi recenti, ha cercato di scrollarsi di dosso questo suo passato e nel «documentario» celebrativo Comandante, del 2003, davanti a un intimidito e genuflesso Oliver Stone che gli chiede ragguagli sulla condizione degli omosessuali a Cuba, risponde, evasivo, che c'è stato il «problema del machismo». Lui, «l'insostituibile» dittatore, boia che volle i campi di concentramento risponde come se quasi non sapesse. E Oliver Stone incassa la menzogna come se fosse verità. Ma noi che ora sappiamo, possiamo fare come Stone o come il presidente della Camera che falsifica la verità a beneficio dell'ideologia nella quale, evidentemente, ancora crede?

Le Umap sono forse la pagina più buia del totalitarismo cubano. In quei campi i militari di Castro perpetrarono brutalità di ogni sorta, al punto che molti prigionieri preferirono infliggersi mutilazioni a colpi di machete nella speranza di sfuggire a quell'inferno o, in casi estremi, scelsero di suicidarsi. Ritenere che Castro sia «insostituibile», elogiarlo pubblicamente come ha fatto il non-violento Bertinotti significa offendere la memoria di quegli uomini che nei campi di concentramento di Fidel Castro furono seviziati, uccisi e denudati della loro dignità.  (il giornale)

La Umap: El Gulag castrista, nos ofrece «la versión cubana del Gulag ruso o de los campos de concentración nazi-fascistas europeos». «Como en todas sus obras anteriores», nos dice su prologuista, el Dr. Virgilio Beato, «Ros indaga en los documentos oficiales, periódicos y revistas de la época y en los testimonios de muchos de los que fueron sus víctimas». A los confinados de la UMAP (Unidades Militares de Ayuda a la Producción), «al castigo se sumaba la humillación. La peyorativa jerga comunista los cubrió de insultos: lumpen, gusanos, parásitos, maricones, vagos, agentes del imperialismo o del CIA, etc. ¿Quiénes fueron esos castigados? Sacerdotes, seminaristas, pastores religiosos, jóvenes estudiantes, obreros, artistas, campesinos, profesionales, revolucionarios arrepentidos y homosexua! les. Este libro relata el horror de esos campamentos de trabajo forzados.

In his new book, Cuban historian Enrique Ros offers his readers an in-depth look into the UMAP, forced labor camps that were Cuba’s version of the Russian Gulag or the Nazi concentration camps. Those sent to these camps were not just punished- they were humiliated. Physical and verbal abuse were inflicted here to good people, including: priests, seminarians, religious ministers, young students, workers, artists, professionals, revolutionaries that had experiences a change of ideology and homosexuals. This book details the horrors




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11 maggio 2006

Vagonate di conformismo

Oramai è sufficiente invecchiare per essere iscritti d’ufficio all’albo dei padri della patria. Una volta contava l’intelligenza ed il coraggio, ora si punta tutto sul gerovital. Adesso vi presento Napolitano.

E’ stato per lunghi anni responsabile della politica internazionale e della politica industriale del partito comunista italiano (senza offesa, si chiamava così). In quella funzione era direttamente dentro quei flussi di denaro che al Pci arrivavano quali tangenti pagate dalle imprese che volevano commerciare con l’Unione Sovietica, dai petrolieri agli industriali. Si dirà: ma questa è roba d’altri tempi. Certo, però, intanto quei tempi lontani sono finiti (forse) ieri, nel 1991, a questo s’aggiunga che il signor Napolitano non ha mai voluto dire una sola parola, neanche per la storia. Di recente ha pubblicato un libro autobiografico (“Dal Pci al socialismo europeo”, Laterza), che è un manuale d’omertà e falsa memoria.

Si dice che sia un grande europeista. No, guardate, l’onorevole Napolitano è quello stesso parlamentare che tenne il discorso con cui i comunisti spiegarono perché non si dovesse entrare nel Sistema Monetario Europeo. Niente Sme, niente Banca Centrale, niente euro, niente Unione Europea. Alla faccia dell’europeismo.

A quell’epoca marciavano per il disarmo degli occidentali, a favore dei missili nucleari sovietici e per l’eurocomunismo. Non risultano proteste di Napolitano. Si dice sia un coraggioso socialdemocratico.

Nella seconda metà degli anni Settanta Napolitano disse di avere “riletto” la Nota Aggiuntiva al Bilancio dello Stato del 1962, e di averci trovato molti spunti interessanti. Ugo La Malfa, autore di quella nota, commentò: non l’ha riletta, l’ha letta per la prima volta. Napolitano era in ritardo di una quindicina d’anni, ma passava per anticipatore dato che i suoi compagni se ne stavano assai più indietro.

Si dice che abbia guardato a Craxi senza odio. Ma a parte il fatto che l’idea di un partito unico della sinistra era di Giorgio Amendola, e risaliva al 1964, degli apprezzamenti di Napolitano non c’è traccia nella battaglia referendaria (persa dai comunisti) contro la scala mobile, né ricordo parole interessanti quando era presidente della Camera ed il giustizialismo mieteva vittime in Aula. Fu lui a ricevere la lettera dell’onorevole Moroni, e non ricordo alcun coraggio, alcuna fierezza, alcun senso delle istituzioni.

E’ un mite, certo non è un estremista. Ha doti di equilibrio, che spesso esercita restando del tutto fermo. Di davvero significativo, nella sua biografia, non ha trovato molto neppure lui stesso. Ma basta essere vecchi, non avere avuto momenti significativi, di altezza, di rottura, aver seguito la corrente, non rappresentare, nel presente, né un pericolo né un’opportunità, che l’accademia degli inutili ti chiama alla presidenza. (Davide Giacalone – L’Opinione)




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9 maggio 2006

I comunisti temono la verità come la peste

Giorgio Napolitano ha scritto un libro (“Dal Pci al socialismo europeo”, Laterza).

<< Con il tono delle grandi rivelazioni, scrive (in una sola pagina) che i comunisti italiani furono finanziati da quelli sovietici, poi, però, si nasconde dietro le parole di Gianni Cervetti per affermare che quei finanziamenti furono interrotti, per volontà di Berlinguer, Chiaromonte e Cervetti, nel 1978. Il che è falso. Totalmente falso.

E’ falso perché lo ha documentato Vladimir Bukovskij (un dissidente che se ne stava nei Gulag, mentre Napolitano ed i suoi compagni riscuotevano i soldi sporchi di sangue, elargiti dalla medesima mano che edificava i campi di concentramento), che ha raccolto documenti importanti e non smentiti (“Gli archivi segreti di Mosca”, Spirali), ed alcuni di questi riguardano la Interexpo, società guidata dal “compagno L. Remigio”, per il tramite della quale, nel 1983 il Pci chiede a Mosca “ulteriori finanziamenti”. Prego osservare la data, 1983, ed il non secondario “ulteriori”. E li ebbero, giacché quelli sono gli anni in cui i comunisti italiani sono impegnati a colpire la sinistra democratica italiana, rea di avere consentito alla giusta scelta di schierare i missili nucleari occidentali, contro gli SS20 sovietici. Sono gli anni in cui vestono una delle loro giubbe “pacifiste”.

E’ falso perché lo ha documentato Giuseppe Averardi (“Le carte del Pci”, Piero Laicata Editore), utilizzando appunti e note di Eugenio Reale e descrivendo il meccanismo di finanziamento illecito che utilizzava una fitta rete di società d’intermediazione (come la Interexpo, appunto), che non intermediavano un bel nulla ma riscuotevano tangenti per i comunisti italiani.

E’ falso perché il magistrato russo Sergej Aristov parla di finanziamenti giunti fino al 1991, così come risulta da un documento datato 17 gennaio 1989, classificato come rigorosamente segreto e destinato a Vladimir Chruscev, uno dei capi del Kgb, un documento intitolato: “Aiuti finanziari supplementari per il Pci”. Prego notare la data, 1989, ed il suggestivo “supplementari”. Di tutto questo ha mai sentito parlare, l’onorevole Napolitano? Lo sa che Aristov aveva chiesto l’assistenza e la collaborazione di Giovanni Falcone, e che questo era l’incontro in programma al suo rientro a Roma, se non lo avessero ammazzato a Capaci? Ha mai letto niente, di tutto questo, l’onorevole Napolitano? Riesce ad immaginare cosa si sarebbe scritto e fatto se al rientro a Roma Falcone avesse dovuto incontrare Aristov per scandagliare le amicizie di Andreotti o i conti di Craxi? >> tratto da (Davide Giacalone)




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29 aprile 2006

L'anticomunismo è un dovere morale

Il comunismo e il nazismo sono parenti stretti. ….. In Italia ormai dal dopoguerra assistiamo ad una sorta di santificazione del comunismo come idea, tacendo sulla sua natura criminale, con la complicità scandalosa di un deviato cristianesimo sociale.

Comunismo e nazismo sono imparentati da un razzismo che sta alla base delle loro atrocità e le giustifica in nome di un presunto ideale superiore. Che il nazismo esprimesse il suo razzismo omicida su base antropologica, mentre il comunismo su base socio-economica, non cambia i termini di fondo della questione. Entrambi intendono distruggere la realtà storica presente per permettere l'affermazione definitiva di un'umanità che si pretende la migliore possibile: la razza ariana per i fanatici della svastica, il ceto proletario per i comunisti. Ma il meccanismo che si innesta è lo stesso: una purificazione, una ricostruzione della società che passa attraverso l'eliminazione della parte considerata peggiore; in sostanza una disinfestazione della storia da tutto ciò che potrebbe rappresentare un ostacolo all'affermazione dell'ideologia.

La dottrina comunista è perciò l'origine dei mali e delle atrocità del comunismo storico. «Proprio in nome di una dottrina, fondamento logico e necessario del sistema, vennero massacrate decine di milioni di persone innocenti a cui non si poteva rimproverare nessun atto particolare, a meno che non si riconosca come crimine il fatto di essere nobile, borghese, kulak, ucraino e persino operaio». Queste atrocità sono necessarie, programmaticamente, all'affermazione di un'ideologia che riduce l'uomo da persona a funzione storico-politica ed economica. Il crimine dunque come mezzo normale di affermazione del comunismo e di gestione e mantenimento del potere.

Tutti i regimi comunisti hanno fatto del crimine di massa «un autentico sistema di governo»: perché gli uomini non possono essere spinti ad accettare alla lunga la rinuncia alla loro personalità individuale se non costringendoli ad abdicare a se stessi, naturalmente anche con i sistemi più brutali e per questo «convincenti». Troppi, davvero troppi, anche in Italia, ancora non sanno scandalizzarsi di fronte alle cifre che costituiscono la contabilità pazzesca delle vittime del comunismo nel mondo (oltre 100 milioni di morti, roba da far impallidire Hitler). (tratto da Stefano Doroni – Storia libera)

In Italia c’è chi ancora si fa chiamare comunista, perchè il suo background culturale e il suo abito mentale restano legati a un'ideologia che pensa e propone il male dell'uomo. L'anticomunismo è un dovere morale e una caratteristica fondante di ogni società che si voglia considerare libera e democratica.




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25 aprile 2006

L'ossessione dell'insurrezione

Nei primi mesi del 1945, ormai, nella Resistenza ognuno lavorava per sé. E i comunisti lavoravano per il futuro politico del partito. Con iniziativa autonoma il PCI aveva diramato il 10 aprile le “direttive per l’insurrezione” in base alle quali, riconoscendo che “l’esercito tedesco è in rotta disordinata su tutti i fronti”, avvertiva che “anche noi dobbiamo scatenare l’assalto definitivo…. Non si tratta più solo di intensificare la guerriglia ma di predisporre e scatenare vere e proprie azioni insurrezionali”.

Ancora ammoniva, la direttiva comunista, che “per nessuna ragione il nostro partito e i compagni che lo rappresentano ….devono accettare proposte, consigli, piani tendenti a limitare, a evitare, impedire l’insurrezione nazionale di tutto il popolo”. Quanto agli alleati anglo-americani, “dobbiamo essere intrattabili sul punto della necessità dello scatenamento della lotta insurrezionale di tutto il popolo”. Un’ossessione questa di non lasciar perdere la grande occasione, che comportava odio profondo verso gli “attesisti”, ossia coloro che consideravano inutili sul piano militare altri lutti e rovine, e ingenuo o velleitario sul piano politico il tentativo di ridare all’Italia una verginità antifascista acquistata mentre Hitler stava per immolarsi nel bunker di Berlino e Mussolini era finito.

(Indro Montanelli – Storia d’Italia vol. 9 – L’Italia della guerra civile)




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25 aprile 2006

aprile 1945




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25 aprile 2006

Lo scopo militare della guerriglia e lo scopo politico

Il filo tra la rotta dell’esercito dell’8 settembre e la nascita di focolai di rivolta fu molto più consistente di quanto si sia voluto far credere, per “politicizzare” la guerriglia. La storiografia di sinistra è stata tenacemente riduttiva nel valutare il rapporto tra lo sfascio dell’Esercito e la nascita delle formazioni partigiane. …. In questo sorgere della Resistenza, che era ancora di “bande” non coordinate e non organizzate (basta pensare che alla fine del 1943 i partigiani non  raggiungevano il numero di 4000 in tutta Italia), si delineò subito una delle sue caratteristiche: la competizione, più che la collaborazione, tra i vari gruppi ideologici……

Nei comunisti lo scopo militare della guerriglia – ossia il contributo alla sconfitta del tedesco – s’intrecciò indissolubilmente fin dall’inizio allo scopo politico. Quando Luigi Longo spiegò, su La nostra Lotta, il perché del rifiuto dell’attesismo, scrisse: “Noi non possiamo e non dobbiamo attenderci passivamente la libertà dagli anglo-americani. Il popolo italiano potrà avere un suo governo, il governo al quale da tanto tempo aspira, un governo che faccia veramente i suoi interessi, un governo non legato alle cricche reazionarie, solo se avrà lottato per la conquista dell’indipendenza e della libertà”. Dove si vede che gli anglo-americani – lì Longo identificava senza ombra di dubbio le “cricche” – siano considerati poco meno che nemici.

(Indro Montanelli – Storia d’Italia vol. 9 – L’Italia della guerra civile)




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24 aprile 2006

Il fine era uno solo: instaurare la dittatura del proletariato, cioè dei comunisti

Durante la lotta di Liberazione,  la strategia del Partito comunista italiano si basa sui seguenti punti:

1 – la classe operaia (leggi il Pci) deve affermare la propria presenza e la propria funzione nella vita nazionale, porre le proprie rivendicazioni di classe; lo può fare quanto più saprà essere alla testa della lotta, la sua guida, la sua forza determinante. Dunque, la guerra partigiana deve diventare una lotta di massa. Gli operai, da inviare sempre più numerosi nelle formazioni partigiane, devono costituire il nerbo e assicurarne la combattività, sostenuti da quadri di partito sperimentati.

2 – tutte le forze antifasciste devono essere unite. Presentandosi come la classe sociale che più coerentemente si batte per l’unità, il proletariato (leggi il Pci) afferma la propria funzione di direzione della vita nazionale e potrà meglio affermare i propri diritti, costruire il terreno della propria avanzata per il futuro. Si dice: “ La via della lotta di liberazione nazionale è la via del rafforzamento della classe operaia, della sua influenza progressiva su tutta la vita della nazione, che crea basi e premesse nuove, più ampie e più favorevoli, alla sua lotta di liberazione politica e sociale”. Si voleva ad ogni costo rendere determinante la funzione dei comunisti perché non si potesse farne a meno anche dopo la liberazione.

3 – i Cln devono diventare, da organismi paritetici di partito e di vertice, istituti unitari di massa e di autogoverno del popolo. Il Pci vede nei Cln gli istituti di una democrazia di tipo nuovo, decentrata, diretta espressione degli strati popolari. In embrione un superamento, del regime parlamentare tradizionale: realizzare quella che viene definita “democrazia progressiva” (leggi anticamera della dittatura del proletariato).

Le mosse del Pci sono volte tutte allo stesso fine: nel quadro dell’unità del Cln – e senza romperla – riuscire ad isolare e sconfiggere l’ala conservatrice e moderata dell’antifascismo, fare delle più larghe forze democratiche le protagoniste della Liberazione, gettare le basi democratiche di massa per lo Stato di domani. Lo Stato di domani, appunto. Un tema che andrà precisandosi sempre meglio dopo la venuta di Togliatti in Italia. Ma di quale democrazia dovrà trattarsi?

 

<< Non certo della vecchia, monca democrazia prefascista, rivelatasi incapace di fare argine al fascismo medesimo, ma di una democrazia di tipo nuovo, di una democrazia progressiva, che elimini le radici economiche e sociali del fascismo, per mezzo delle necessarie riforme (riforma agraria, nazionalizzazione di determinati monopoli, riforma bancaria, ecc) e apra sempre più largamente l’accesso dei lavoratori alla direzione dello Stato. Una democrazia insomma che, ricuperando le libertà e gli istituti della democrazia parlamentare, si spinga oltre i suoi limiti ed apra la strada a sviluppi più avanzati, soprattutto per i contenuti sociali della democrazia stessa e per la funzione che in essa è chiamata ad assolvere la classe operaia, con tutte le masse lavoratrici.

Il problema viene trattato, con una certa ampiezza, nello “Schema di rapporto per la riunione dei triumvirati insurrezionali del Pci” (25 novembre 1944). Dopo aver affermato che la dittatura del proletariato rappresenta la forma più ampia e sostanziale di democrazia, si ribadisce che “noi lottiamo per la democrazia progressiva, oggi, perché pensiamo che essa offra, nelle condizioni attuali dello sviluppo politico italiano, il solo terreno sul quale è possibile realizzare l’unità nazionale di tutte le forze democratiche e progressive, l’unità necessaria e indispensabile per la condotta della guerra di Liberazione e per la ricostruzione a Liberazione avvenuta”.

La democrazia progressiva si differenzia dalla dittatura proletaria “…..non tanto per la sua sostanza democratica, ma, soprattutto, per il suo contenuto sociale. La democrazia progressiva non colpisce radicalmente il principio della proprietà capitalistica sfruttatrice come fa invece la dittatura proletaria….”.

“ E’ evidente però – si precisa – che la non abolizione del principio della proprietà capitalistica non significa che, in regime di democrazia progressiva, non si debbano liquidare i più iniqui privilegi del capitale, della grande proprietà e le loro forme più reazionarie”. “La democrazia progressiva non deve avere per limiti che la volontà e gli interessi del popolo”.

Con l’ultima proposizione si indica la possibilità del passaggio dalla democrazia progressiva alla dittatura del proletariato. >>

(tratto da: Luciano Gruppi – Temi politici e teorici nella rivista “La nostra lotta” – 1974)




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22 aprile 2006

Quei passaggi dal nero al rosso

Togliatti, con la sua famosa amnistia, dimostrò, come ha scritto Il Foglio, «che cosa vuol dire fare politica per il Paese». Sarebbe però doveroso aggiungere che oltre e forse prima che «per il Paese» quella politica fu fatta «per il partito». E soprattutto sarebbe carino, a sessant'anni dall'emanazione di quell'atto legislativo, segnalare per benino, sine ira et studio, quello che probabilmente fu il principale dei tanti obiettivi patriottici e/o partitici che Togliatti perseguì con quel colpo di spugna: favorire il passaggio di molti ex fascisti al Pci.

Questo trasloco, come si sa, assunse proporzioni molto consistenti soprattutto nella sfera culturale. Quanti professori, scrittori, giornalisti, intellettuali, artisti ecc., che si erano gravemente compromessi col fascismo aderendo ai suoi aspetti peggiori (per esempio la svolta antisemita del '38), furono incoraggiati a passare dal nero al rosso dalla non infondata certezza che soltanto in questo modo si sarebbero sottratti alla minaccia di imbarazzanti rivelazioni sul loro passato? Su questo punto il diligente libretto di Mirella Serri (I redenti) ha offerto recentemente una documentazione impressionante. Dalla quale si deduce che ad agevolare quella precipitosa migrazione non fu soltanto il bisogno di tanti di quei migranti di assicurarsi sui propri errori trascorsi il silenzio indulgente dei loro nuovi padrini partitici.

Fu anche, anzi forse soprattutto, la comune natura totalitaria del fascismo e del comunismo. Che ha reso sempre e renderà sempre agevoli e naturali i passaggi dal nero al rosso e dal rosso al nero. Mentre l’irriducibile avversione per entrambi da parte degli spiriti liberali ha sempre ostacolato la loro adesione all'uno o all'altro di quei due campi apparentemente opposti ma segretamente affini. ……..


È la perdurante riluttanza a riconoscere le ben note affinità teoriche e pratiche fra tutti i regimi totalitari del Novecento, rossi o neri che essi fossero. Una delle quali riguarda l'appartenenza partitica degli intellettuali. Una fisima che ancora oggi concorre potentemente a impedire che si ammetta che i tanti intellos che nell'immediato dopoguerra passarono dal fascismo al comunismo non fecero in fondo altro che ricominciare a inseguire, come già avevano fatto all'ombra del vecchio regime, e con zelo spesso raddoppiato, quelle glorie e quei poteri a cui sempre aspirano tutti gli uomini di cultura col pallino dell'appartenenza organica al partito-Stato.
(Ruggero Guarini)




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26 marzo 2006

Il rovescio della medaglia

Ignazio Silone nel 1927 partecipò con Palmiro Togliatti alla riunione dell’Internazionale comunista a Mosca. Così descrive, molti anni dopo, l’esperienza di quel viaggio:

“Seguirono per me giornate di puro scoraggiamento. Era quella la vera faccia del comunismo? I lavoratori che rischiavano la loro vita, quelli che agonizzavano nelle carceri, erano al servizio di un simile ideale? La nostra vita randagia solitaria pericolosa di stranieri in patria, era per questo? Dietro il simulacro delle istituzioni create dalla rivoluzione, la realtà russa era profondamente mutata, obbedendo ad una legge di decadenza che la dottrina ufficiale non prevedeva. Quella rapida degenerazione tirannica di una delle grandi rivoluzioni della storia umana era forse implicita nel principio stesso del socialismo e della proprietà statale? Oppure era il risultato dell’ideologia leninista e della sua particolare forma d’organizzazione? O soltanto dell’arretrato ambiente russo? [….] La maggior parte dei vantati diritti della classe operaia russa erano puramente astratti. Il fallimento, dunque, era più vasto di quello che sospettassi. [….] Quell’ultimo viaggio a Mosca m’aveva svelato l’estrema complessità e contraddittorietà del comunismo, di cui, in realtà, per esperienza personale conoscevo solo un settore, quello della lotta clandestina contro il fascismo. Il soggiorno a Mosca mi aveva mostrato il rovescio della medaglia. Ecco dunque che il comunismo, sorto dalle più profonde contraddizioni della società moderna, le riproduceva tutte nel suo seno, e con esacerbata virulenza, seppure in un quadro istituzionale e sociale diverso.”




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7 marzo 2006

Sapevano che il mostro doveva essere abbandonato

In ottobre, neanche otto mesi dopo il «Rapporto segreto», in un'Ungheria soffocata dalla Cortina di Ferro, la protesta popolare divenne insurrezione aperta. Alle speranze di libertà - o almeno di possibili, reali vie nazionali al socialismo - il successore di Stalin rispose con l'invasione armata del piccolo Stato sfinito dalla miseria e dall'oppressione, interna e sovietica. Seguirono tribunali speciali, condanne a morte, deportazioni in Siberia, a perpetuare il passato.

Per i più lucidi e onesti comunisti nostrani fu il crollo delle speranze nell'Urss, ma Togliatti e i dirigenti del Pci si dichiararono in favore dell'invasione e ribadirono la solidarietà del Pci con i regimi e le «società socialiste». Né il distacco di una pattuglia di intellettuali, di pochi politici marginali e di 400mila iscritti (fra il '55 e il '57) bastò a smuovere il partito e i suoi principali dirigenti, in buona o in cattiva fede. L'ingenuità popolare, poi, fece sì che il Pci continuasse a crescere, dal 19% del 1946 al 34,5 del 1976.

La denuncia di Krusciov del febbraio 1956 era sincera e appassionata, ma Stalin era accusato per la sua politica solo a partire dal 1934: in questo modo si salvava tutto l'operato di Lenin e venivano taciuti crimini staliniani di dimensioni gigantesche, come la collettivizzazione forzata, le forzature dell'industrializzazione e le carestie provocate. Anzi, che il partito denunciasse i crimini di Stalin veniva addotto come prova della sua vigilanza. Insomma Krusciov attribuiva tutte le degenerazioni del comunismo a un solo uomo, nel tentativo di salvaguardare l'infallibilità del partito e della sua ideologia, mentre erano del comunismo in sé, insite nel sistema e ancora di più nell'idea.

I fatti di Budapest lo provarono. Ce n'era abbastanza per capire che il mostro doveva essere abbandonato. Lo fecero in pochi. E non pochi superstiti ci affliggono ancora oggi. (Giordano Bruno Guerri)




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